Loredana Mapelli, un’artista totalmente dedicata alla Danza

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fotoQuali sono stati i momenti più importanti ed emozionanti della tua carriera, quelli che hanno determinato una svolta nella tua vita professionale e anche nella tua crescita interiore?

Devo dire che sono stati tanti. Il riuscire ad andare in scena con 2 prove nell’Excelsior per il ruolo della “Folgore”: una sfida con me stessa per una grande possibilità dalla quale ho tratto molti insegnamenti. Ho iniziato a costruire la mia personalità e la comunicazione con il pubblico. La tournée di New York, percepire emozioni nuove, vedere un pubblico letteralmente catturato e ipnotizzato dalle nostre performance. Osservare in sala, a lezione, Rudolf Nureyev, altre stelle e capire cosa voleva dire sudore, lavoro, ricerca, lo sfidare ogni giorno i propri limiti fisici per raggiungere sempre nuovi obiettivi. Osservare un gesto, una pausa, un port de bras, la presenza scenica prima di una variazionee durante l’esecuzione, un crescendo di perfzione nell’eseguire la coreografia senza dimenticarsi della comunicazione artistica verso lo spettatore. Capire, finché ho danzato, che non si è mai finito d’imparare, sfidare, migliorare se stessi. Questo continuo a farlo ancora oggi con altri stimoli e motivazioni.

Qual è stato lo spettacolo che ha segnato il passaggio da ballerina a maestra di danza? Quando hai capito e deciso di smettere di danzare?

Ho sempre coltivato la mia voglia di trasmettere il mio sapere (senza presunzione alcuna) sin dal Diploma in Scuola di Ballo. Poi la certezza l’ho avuta quando nel 1993, durante la prima di Schiaccianoci in scena ho rotto il tendine d’Achille. In quel momento ho capito che la mia vita artistica sarebbe cambiata radicalmente. Abituata a sfidare e pretendere il massimo dal mio corpo questa volta non avrei potuto più farlo. Nei sei mesi successivi sono riuscita ad elaborare dentro me stessa, che tutto quello a cui ero abituata avrei dovuto scordarmelo. Il dolore è stato forte, ma mi sono rimboccata le maniche e siccome, l’amore per la danza ha prevalso, mi sono adeguata alla mia nuova condizione fisica appendendo per sempre le punte alla parete. Poi nel 2000 quando ho capito, che nonostante l’amore per questo bellissimo lavoro, gli ostacoli diventavano sempre più invalicabili, è allora che ho deciso di lasciare il mio posto e il Teatro ad una ragazza più giovane e darle la possibilità di continuare la tradizione scaligera.

Insieme abbiamo presenziato in diverse Giurie di Concorsi; quale tipo di ballerino ti colpisce maggiormente?

Prima di tutto osservo la presenza scenica e la sua padronanza del movimento, la tecnica, la personale ricerca del movimento nello spazio. La sensibilità, la comunicabilità con l’osservatore e la sua espressività. Non tralascio l’aspetto fisico ma viene in seconda battuta, reputo che la bellezza di un’esecutore viene alla luce grazie alla sua completezza artistica.

Come si riconosce un buon maestro di danza e anche una capace Scuola di danza?

Credo, perché personalmente oggi non ho ancora finito d’apprendere, che valga molto nel bagaglio del maestro, la conoscenza e l’elaborazione del movimento. Avere una scuola alle spalle di grande tradizione, notevole esperienza lavorativa ricca di stimoli. Non necessariamente una scuola (specchietto per le allodole) ma nella quale si respiri sempre l’arte della Danza in un’atmosfera accogliente dove impegno, sacrificio, sudore, insegnamento costruttivo e disciplina siano le priorità. L’apprendimento degli allievi dev’essere l’obiettivo di un buon maestro non l’aumentare la sua popolarità. Quella arriverà di conseguenza, grazie alla preparazione e ai risultati ottenuti dai suoi allievi.

A tuo avviso qual è la differenza tra la danza in Italia e all’estero?

In Italia, a parer mio, si guarda troppo all’estetica e poco alla sostanza. Mi spiego meglio: non è detto che dentro ad un fisico perfetto (per la danza) ci sia racchiuso un artista. Artisti si nasce non si diventa! Con questo non dico che il livello debba scadere ma credo che un vero danzatore sia quello che si nota in scena, quando non si guarda più nel particolare fisico ma nella sua bellezza interiore che renda tutto speciale e unico. All’estero considerano di più tutto quello elencato poc’anzi, il guizzo interpretativo, la personalità, la sensibilità, la capacità tecnica, anche se il fisico non rasenta la perfezione.

Danza accademica e danza moderna: possono comunicare tra loro?

Per un allievo è consigliabile ed opportuno iniziare, sempre, dal rigore della danza classica, in seguito può ampliare tranquillamente le sue conoscenze con la danza moderna. Le due discipline possono convivere, nella vita del danzatore, parallelamente senza esclusione alcuna. La comunicazione tra le due discipline deve essere continua e costante. Nel classico si cercheranno nuove elaborazioni tecniche, nel moderno si applicheranno le conoscenze acquisite elaborando di più i respiri, i fuori balance, le tenute al limite massimo, salti ecc.

A tal proposito, che ricordi hai dei tuoi anni trascorsi in tournée?

Sono state tutte bellissime esperienze. A New York per un mese, di spettacoli giornalieri, percepire la partecipazione del pubblico, attento conoscitore, il grande rispetto e adorazione nei confronti del nostro Corpo di Ballo al di là delle grande étoile che sostenevano i ruoli principali. All’uscita degli Artisti, noi del Corpo di ballo, venivamo fermati da un’immensa folla che ci omaggiava con fiori bigliettini ecc. A Tokyo capire che ogni spettatore, prima di assistere alla recita, si era documentato su tutto quello che serviva alla realizzazione di un balletto .Dalla sua storia, alla prima rappresentazione, musica, compositore, coreografia. Conoscenza profonda degli interpreti, la loro storia personale e professionale. Quando hai la fortuna di ballare per un pubblico cosi è una gioia. In Argentina dove il calore della popolazione (in gran numero italo/argentina da generazioni) ti abbracciava con particolare affetto riconoscenza.

La ballerina nel panorama attuale, a cui riconosci l’eccellenza?

Silvye Guilleme artista completa e mai scontata o ripetitiva. Una vera eccellenza. Marianela Nunez (Principals al Royal Ballet di Londra) pulita, espressiva, leggera con una personale ricerca continua, per quanto riguarda la perfezione tecnica, in Lei traspare umiltà e tantissimo lavoro. Emanuela Montanari, che in scena si trasforma e ti trasmette tutto quello che sta vivendo durante la sua performance. Rimasta umile ma nello stesso tempo sempre alla ricerca di un suo personale traguardo che aumenti le sue capacità come danzatrice.

Cosa consigli ai giovani che desiderano seguire l’arte della danza?

Scegliere in base alla bravura e competenze reali dell’insegnante e non all’edificio prestigioso. Umiltà = tutta la vita. Sacrificio = all’infinito. Lavoro = costante e giornaliero. Sudore = fino a comprendere che la stanchezza è troppa ed è meglio riprendere il giorno seguente. Ricerca = continua e personale finché non si termina di danzare. Attenzione = alle correzioni e ai consigli da recepire tramite l’esperienza dell’interlocutore che insegna. Rimproveri = ripetizioni durante la lezione.

La danza classica è sempre stata vista come un’arte per l’élite. Cosa ne pensi a riguardo?

Credo sia un cliché più che una realtà. Direi più un’eccellenza. La può fare solo chi ha tanta artisticità da regalare, insieme a duttilità d’apprendimento, voglia di sacrificare tempo libero amicizie ecc. Sa che deve andare in sala ballo a modellare il suo corpo di danzatore/trice e tutto questo lo fa perché è vita. Non penso che si possa dire che la danza è per chi può permetterselo ma è per chi la ama a tal punto da superare qualsiasi ostacolo sia legato ad essa. Non è una questione di soldi ma di amore verso l’arte della danza.

Credi che partecipare ai Concorsi di danza sia un buon inizio per la carriera di danzatore professionista?

Credo sia un modo per confrontarsi, relazionarsi con se stessi, capire su cosa lavorare di più per raggiungere l’obiettivo finale. Saggiare il palcoscenico e l’impatto con il pubblico, altrimenti finalizzato al solo saggio; capire se nella vita potrai avere una carriera come danzatore. Se avrai i numeri. Non credo sia l’inizio di una carriera quello, secondo me, può avvenire solo all’interno di una compagnia come danzatore. Quanto dicevo prima sono tutte esperienze che contribuiranno a costruire ciò che sarà domani.

La differenza tra l’essere una brava interprete e una brava insegnante?

Sono due cose completamente differenti. Una brava interprete lo sarà nel suo ruolo di danzatrice. Una Maestra/o deve saper capire l’allievo che ha di fronte e dargli gli strumenti e le conoscenze adatte a formarlo come danzatore. Per quanto riguarda l’interpretazione dell’allievo lo si dovrà lasciare libero di utilizzare la sua carica espressiva senza forzarlo ad un copia incolla con l’espressività del maestro, che dovrà limitarsi ad indirizzare questo lavoro nella direzione voluta: la spontaneità nell’eseguire.

Secondo te chi ha segnato e ha fatto la differenza nella danza a livello mondiale “in assoluto”?

In assoluto il grande Rudolf Nureyev.

A tuo avviso cosa non deve mai mancare nella creazione di un balletto per donare un allestimento in grado di soddisfare le aspettative del pubblico?

Seguire la musica e capire cosa vuole trasmettere. Lo stile della coreografia sia conseguente alla partitura musicale. Abbia sempre qualche elemento che attragga il pubblico senza essere scontato e dejà vu. Un allestimento scenografico in linea con la creazione; non necessariamente pomposo. Credo che a volte la semplicità acquisti un valore aggiunto. Interpreti adatti ai personaggi; dentro di loro grandi artisti.

A quale stile di danza Classica sei più legata?

Mi piacciono tutti gli stili e li osservo con attenzione e curiosità. Per me stessa: Classica, Neo Classica, Moderno stile Bejart (Ballet du XX Siecle) Glenn Tetly (Sagra della primavera).

Vista anche la nostra carissima amicizia, da danzatrice accademica e maestra di danza cosa ne pensi dei critici di danza o di chi scrive di danza?

Molti anni fa i critici che ruotavano intorno alla Scala a volte non sono stati obiettivi ma più clientelari. Oggi nella maggior parte dei casi sono più sinceri e vicini alla realtà con più conoscenze e competenze. Naturalmente esclusi, da questo discorso, Vittoria Ottolenghi, Mario Pasi, Luigi Rossi.

Negli ultimi anni l’arte coreutica, secondo te, ha avuto un trend negativo o positivo nel nostro paese?

Decisamente negativo se guardiamo cosa le istituzioni non hanno fatto. Positivo dal lato addetti ai lavori che nonostante l’Italia da sempre non consideri la Danza un arte importante, non si sono arresi ma continuano a lavorare, divulgare con serietà e impegno questa meravigliosa disciplina artistica. Naturalmente in questo panorama ci sono anche molti bluff, bisogna essere bravi a scegliere la vera figura competente.

Qual è l’arte che ami maggiormente dopo la danza?

La pittura, la fotografia. Amo molto leggere (no romanzi).

Essendo stata prima ballerina del Teatro alla Scala, hai mai sentito il peso di essere un esempio per chi ti guardava?

Sempre tutti i giorni. Per me è sempre stato importante dare un buon esempio a chi era più giovane. La mia serietà sul lavoro è sempre stata la priorità così come lo è tutt’oggi anche se mi occupo d’insegnamento; a maggior ragione un allievo deve intraprendere subito la via più corretta possibile, dopo sarebbe troppo difficile.

Qual è il sacrificio più grande che richiede l’essere danzatore?

Il tuo tempo è sempre dedicato alla Danza. Non ci sono weekend, Natale, Capodanno, Pasqua, Ferie. Tutto è sempre legato alla tua professione, il resto deve necessariamente ruotare intorno ad essa. La grande passione fa muovere il tutto.

Dal tuo punto di vista, com’è il mondo dei ballerini?

Molto vario e variegato. Invidie e gelosie sono la norma, ci può stare anche qualche scorrettezza e imbroglio ma tutto sommato credo che ci siano, oggi, altri mondi lavorativi paragonabili a quello dei Danzatori. Per come sono io, vado avanti per la mia strada con sempre tanta voglia di migliorare, gli altri difficilmente li guardo, sono troppo concentrata nel cercare di migliorare che non ho tempo da sprecare.

Oggi dopo anni di esibizioni, provi sempre le stesse emozioni a salire su un palcoscenico? Anche solo per ritirare dei premi alla Carriera, come ultimamente ci è capitato di ricevere in coppia?

La mia ultima salita in palcoscenico in qualità di danzatrice, risale al Settembre 2000 a Tokyo. Poi sono andata in pensione per mia decisione. Oggi il salire sul palcoscenico per ricevere o dare un premio ad altri non mi provoca le stesse sensazioni di quando danzavo. Altre sono le percezioni che ho, gradevoli, meno coinvolgenti artisticamente parlando e forse meno impegnative sotto questo profilo.

Un giudizio sui talent televisivi di danza?

Preferisco non esprimere un giudizio perché non li seguo perciò, non conoscendo a fondo le situazioni, mi astengo per correttezza dal risponderti con un mio parere.

A chi vuoi dire un “grazie” nel mondo della danza?

Alla mia prima insegnante l’étoile Edda Martignoni che all’allora bambina ha trasmesso l’amore per quest’arte con dolcezza e sensibilità. All’étoile Luciana Novaro, che oltre all’amore per la danza mi ha fatto capire che ci vuole determinazione, sacrificio e umiltà con severità misto ad amorevole insegnamento. La cara e professionale Sig. Piera Casbelli che ha accresciuto le mie nozioni tecniche donandomi la possibilità di dimostrare, in modo limpido, tutte le mie potenzialità. L’étoile Roberto Fascilla che mi ha fatto comprendere che nel mondo della danza deve esistere rispetto e unicità personale. La sig. Anna Maria Prina, ex direttrice della Scuola di Ballo del Teatro alla Scala, che bisogna guardarsi nello specchio con occhi sinceri e sapere che il più delle volte, in questo ambiente, si può non piacere; ma tutto questo dentro di me è stato un grande stimolo per dimostrare che la volontà e le capacità vanno oltre il “fisico perfetto per quest’arte”. Il Maestro Robert Strjner che con la sua tecnica di allungamento e tenute in dinamica e non solo in potenza, fine a se stessa, mi ha aperto un mondo nuovo da esplorare. L’étoile Erik Brhun, durante il periodo di permanenza in Scala, ha aggiunto nuove conoscenze al mio lavoro didattico-personale come danzatrice. L’étoile Violette Verdi mi ha trasmesso, solarità, competenza, grande positività nonostante la fatica e il sacrificio oltre a molte nuove nozioni didattiche. L’étoile Patricia Rouanne e suo marito Frederich Jahn: che la vera danza è tutta un’altra cosa senza scorciatoie e facilitazioni di sorta. Per ultimo il più grande su tutti: “Rudolf Nureyev” che grazie ai suoi esempi, sin dai miei 7 anni, vedendolo ballare, studiare, insegnare e tenere le prove mi ha indicato la vera via che ogni danzatore deve seguire per capire fino in fondo cosa vuol dire amare la danza e danzare per essa e per il pubblico. Ecco queste sono le grandi persone che hanno contribuito a farmi essere oggi la persona che sono, naturalmente nel bene e nel male come tutti gli esseri umani e non mi sento una aliena.

Chi è stato il tuo partner ideale in scena?

Non ce n’è uno solo: Maurizio Bellezza, Marco Pierin, Davide Bombana, Maurizio Vanadia, Vittorio D’Amato, Biagio Tambone, Carlo Pesta, Michel Gogat.

Hai un desiderio o un sogno legato alla danza che vorresti realizzare?

Per me stessa no. Per la Danza creare qualcosa che abbia fondamenta libere da clientelismi, invidie, prevaricazioni, che possa pensare solamente alle potenzialità artistiche e tecniche, meritevoli di attenzione; non di un sistema incancrenito ormai da mezzo secolo. Ci sono state tante nuove generazioni ma nulla nella Danza, che conta, è mai cambiato. Le vere eccellenze nell’ombra, le lucciole e i grilli alla ribalta di un palcoscenico dell’effimero.

A chi dedichi il tuo successo e la tua carriera?

All’Arte della Danza e ad un grande esempio sin da piccola, di come doveva essere un danzatore/trice l’unico indiscutibile: “Rudolf Nureyev”.

A te, carissimo Michele, un grazie particolare per aver conosciuto una persona fuori dal coro, competente, sempre spinto da un sincero desiderio e passione di scoprire, imparare, confrontarsi ancora oggi dopo tanti anni di esperienze. Ho solo un rammarico, averti conosciuto così tardi perché avrei potuto, anni prima, evolvermi con confronti, scambi d’opinione, pareri e opportunità per accrescere la mia persona. Grazie e un abbraccio, buon lavoro.

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