“Luciano”, ideazione e regia Danio Manfredini

Andato in scena all’Arena del Sole di Bologna

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con Danio Manfredini, Vincenzo Del Prete, Ivano Bruner, Giuseppe Semeraro, Cristian Conti
aiuto regia Vincenzo del Prete
ideazione scene e maschere Danio Manfredini
realizzazione elementi di scena Rinaldo Rinaldi, Andrea Muriani, Francesca Paltrinieri
disegno luci Luigi Biondi
fonico Francesco Forni
produzione La Corte Ospitale
coproduzione Associazione Gli Scarti, Armunia centro di residenze artistiche Castiglioncello – Festival Inequilibrio
un ringraziamento a Paola Ricci, Cristina Pavarotti, Massimo Neri

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Luciano”, ultimo lavoro di Danio Manfredini, andato in scena all’Arena del Sole di Bologna nell’ambito della tredicesima edizione di Vie Festival , rappresenta un nuovo viaggio dell’attore e regista negli inferi, nella solitudine, nell’emarginazione. Un viaggio scomodo dentro i lati oscuri dell’uomo che, partendo dal protagonista, sfocia in una riflessione più ampia su temi cari all’attore che con la sua maestri riesce, ancora una volta, a muoversi sulla scena come un funambolo in grado di trovare un equilibrio tra una scrittura capace di muoversi dentro codici sia ironici che drammatici, essendo sempre impregnata di poesia, e l’impatto visivo, spesso brutale, istintivo quasi animalesco nel quale i personaggi prendono vita.

Ed è proprio dentro questi equilibri che il protagonista Luciano/Manfredini si racconta e racconta la sua storia di persona fragile, la sua vita sospesa sul filo della malattia mentale, i sui desideri repressi dentro angusti reparti psichiatrici e i suoi pensieri che volano, alti, grazie anche all’aiuto della poesia che tutte eleva e con la quale egli stesso cerca di fuggire dalla sua realtà. Aneddoti di vita che inducono a pensare, a riflettere e, ancora una volta, a nullificare i confini tra normalità e malattia e anche quelli tra dentro e fuori, perché le gabbie a volte soffocano anche se non sono confinate entro solide mura.

Un lungo corridoio di luce, tiepida e tremolante, introduce il personaggio in scena e con esso appaiono altre figure che gli gravitano attorno, ad evocare episodi di vita vissuta, incubi, ossessioni, desideri repressi, assilli di un’intera esistenza. Tutti i protagonisti che ruotano attorno alla storia di Luciano hanno delle maschere in lattice che coprono i loro volti trasformandoli da persone ad archetipi: di solitudini che si cercano, di corpi che si incontrano, di fantasie a volte represse altre concesse, di esistenze, tante esistenze, impregnate nel disagio, nella sofferenza ma anche nel piacere, nel desiderio, nell’anelito della vita, che spinge ad andare sempre avanti.

La scenografia è scarna, essenziale ma estremamente funzionale al racconto. Con alcuni semplici pannelli, delle panchine e dei tronchi di alberi Manfredini riesce a ricreare ambienti, ad evocare luoghi e situazioni che popolano la mente del protagonista che ri-vive la folla di immagini della sua mente, tra realtà e sogno, verità e immaginazione. I pannelli si muovono sulla scena diventando di volta in volta latrine, privé, discoteche, pertugi, angoli dove rifugiarsi. Celano e dis-velano effusioni, rapporti violenti, animalesche voluttà.

Manfredini induce, ancora una volta, lo spettatore a spingersi oltre i propri limiti, a stare seduto scomodo sulla sedia portando sempre l’attenzione al massimo. Attraverso la ricerca del linguaggio e la modulazione della voce, passando per un impatto visivo sempre forte, a tratti sconcertante, e a un un tappeto sonoro che spazia tra musica house e pop, colonna sonora di questa allucinazione solitaria di una mente sovraffollata di immagini, pensieri, parole, suoni e poesie.

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