“Un tram che si chiama desiderio” di Pier Luigi Pizzi

Andato in scena al Teatro Duse di Bologna

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Un tram che si chiama desiderioQuando si va a vedere uno spettacolo teatrale, si cerca sempre di trovare delle chiavi di lettura per decifrare l’essere umano, per comprenderne le sfumature e scavare dentro la coscienza, le paure, le angosce e i segreti del personaggio. Perdersi in esso per ritrovare un po’ anche se stessi. Quest’operazione non è sempre facile ma, quando riesce, fa si che l’opera scaturita diventi immortale, tocchi la sensibilità di generazioni e generazioni e travalichi il concetto stesso di tempo per divenire imperitura. Questo è quello che è successo a Tennessee Williams con “Un tram che si chiama desiderio”, opera indimenticabile con la quale ha vinto il premio Pulitzer per la drammaturgia nel 1948, rappresentata nei teatri di tutto il mondo fino ad arrivare nelle sale cinematografiche nel 1951 con l’omonimo film di Elia Kazan interpretato dai magnifici Marlon Brando e Vivian Leigh.

Si capisce bene che, con un bagaglio del genere, mettere in scena questa pièce, sebbene sia impresa seducente data la bellezza del testo, è anche rischioso perché tanti, troppi sono i paragoni che essa si trascina nel tempo e tale è la complessità dei personaggi che si deve avere molto coraggio per affrontarla. Ma l’arte è coraggio, desiderio di mettersi in gioco, voglia di esplorare gli anfratti umani. E cosi Pier Luigi Pizzi ha voluto affrontare quest’avventura e portare a teatro il suo “Un tram che si chiama desiderio”, andato in scena al Teatro Duse di Bologna, facendo rivivere ancora una volta i memorabili personaggi usciti dalla penna del giovane Tennessee Williams che pare abbia partorito l’idea di quest’opera proprio su un tram. Chissà se anche quello si chiamava “Desiderio” come quello preso da Blanche.

Blanche, la meravigliosa eroina di questa storia, anzi sarebbe meglio dire un’antieroina ma proprio per questo un personaggio che induce all’empatia, all’immedesimazione, per la quale non si può non provare affetto, tenerezza e vicinanza. Siamo nel New Orleans, anni ’40, la protagonista si trasferisce dalla sorella Stella, dopo essere stata licenziata dal suo ruolo d’insegnante per la sua vita equivoca e per aver avuto una relazione con uno studente diciasettenne. A questo si aggiunge il pignoramento della piantagione e della casa di famiglia. La sorella è sposata con Stanley, polacco d’origine con modi rudi e burberi, ed è proprio quest’ancestrale trivialità e sensualità ad attrarre Stella. A rompere gli equilibri del loro nido d’amore sarà proprio Blanche che, una volta arrivata nella bicocca con un tram che si chiama appunto “Desiderio”, si insinuerà nella vita della coppia e sarà una dura oppositrice dei modi barbari del marito di Stella.

Blanche è sicuramente il fulcro attorno al quale gravitano tutti i protagonisti della storia e solo una grande attrice può calarsi in questo ruolo. Un’attrice matura, consapevole e molto preparata quale sicuramente è Mariangela D’Abbraccio, scelta da Pier Luigi Pizzi per la sua Blanche. Non è facile interpretare questa donna ambivalente: superficiale nel suo atteggiarsi con cipria, profumi e piume ma anche fragile, profonda nell’animo, intelligente, colta. Una donna che teme il passare del tempo, ma nello stesso momento sa che ciò che porta via sono solo beni transitori come la bellezza e la giovinezza. La ricchezza di spirito, al contrario non diminuisce ma cresce, aumenta con gli anni.

Blanche è un personaggio che non accetta la realtà, anzi rifugge da essa e si crea quella che a lei piacerebbe fosse la realtà: “Non voglio realismo. Voglio magia” dirà a Mitch “sì, sì, magia. Io tento di fare della magia, altero la realtà. Non dico la verità ma quella che vorrei fosse la verità, e, se questa è una colpa, che mi puniscano pure.” E, in effetti, sarà punita per questo, schiacciata da una società che non accetta la sua vita dissoluta, non accetta la strada da lei intrapresa dopo la morte di suo marito, che ha amato alla follia, ma che ha scoperto essere omosessuale – in anni in cui l’omosessualità era un tabù, qualcosa di cui vergognarsi, specie nel profondo sud degli Stati Uniti – vedendolo baciarsi con un altro uomo. Blanche non vuole accettare una realtà ai suoi occhi così brutta e decide di ignorarla. Non la accetta e, per colmare tutto questo dolore, questo tanfo di morte si rifugia in quello che, secondo lei, è il suo contrario, ossia il desiderio, concedendosi a uomini di ogni sorta. Una donna il cui declino è in atto ancor prima che si alzi il sipario, alcolizzata, fragile, delicata come il cristallo.

Nonostante i riflettori fossero puntati sulla protagonista assoluta della pièce, anche Daniele Pecci aveva un termine di paragone temibile. Sì, proprio lui: Marlon Brando. Tuttavia l’attore ha messo in scena un ottimo antagonista di Blanche vestendo i panni di Stanley Kowalski. Sebbene, com’è giusto che fosse, l’aspetto rude e grezzo del personaggio instilli una sorta di ostilità nei suoi confronti, Pecci ha saputo vestire i panni del tenebroso protagonista. Molto convincente, e salutata con grandi applausi, la Stella messa in scena da Angela Ciaburri in grado di dare freschezza e ingenuità al personaggio. Anche Stefano Scandaletti interpreta un Mitch ricco di sfumature, combattuto tra il desiderio di amare Blanche e il giudizio implacabile della società dal quale non riesce a esimersi.

La messa in scena è pulita e rispecchia la sensazione di trovarsi in un luogo fatiscente, tutto si svolge dentro il bilocale della coppia, dove predomina il grigio nell’arredamento e al lato una scalinata che da un effetto interno/esterno che rende più fluido il racconto.

Fedele al testo di Tennessee Williams la regia di Pier Luigi Pizzi sa essere incisiva, suadente anche nel racconto della sessualità, esplicita, senza falsi moralismi, ma senza mai nemmeno diventare volgare.

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