Gergiev e il Mariinskij nell’Evgenij Onegin di Cajkovskij

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A Santa Cecilia arriva uno degli appuntamenti più attesi della ricchissima stagione sinfonica: l’acclamato Valery Gergiev dirige l’Orchestra del Teatro Marinskij di San Pietroburgo (la “sua” Orchestra) nell’Evgenij Onegin di Cajkovskij. Ed è un grande Gergiev (impegnato nella Capitale fino al 15 novembre per il ciclo delle Sinfonie di Mahler, grandioso progetto dell’Accademia), per un grandioso Onegin. Una serata unica, 9 novembre, all’insegna della Russia (direttore, orchestra, cast di altissimo livello e opera russi), che s’inserisce nell’ambito delle celebrazioni dell’Anno Italia-Russia 2011. A Santa Cecilia va in scena come di consueto l’opera, in questo caso intimista e di poca azione, in forma di concerto, asciutta e perfetta nel concentrarsi maggiormente sulla musica e sulla recitazione essenziale dei protagonisti. L’opera, tratta dall’omonimo romanzo in versi di Puskin, rappresentata per la prima volta a Mosca nel 1879, è una storia di amori giovanili e impossibili, occasioni perdute e illusioni tradite nella quale nessuno sembra avere diritto alla felicità. La giovane Tatiana (il soprano Irina Mataeva dalla linea di canto tenera e struggente, un’apparizione in rosa cipria) s’innamora perdutamente del suo vicino di casa, l’aristocratico, l’eccentrico ed egoista Onegin (Vladislav Sulimsky, baritono di colore e profondità) che la respinge gettandola nell’infelicità. Olga, la sorella di Tatiana, sta per sposare Lenskij (Sergey Semishkur, voce melodiosa e ampia). Il destino vuole che egli sia ucciso in un duello per un futile motivo, proprio dal suo amico Onegin, di nero vestito che “riesce a rubare il cuore alle fanciulle” come dice di lui Lenskij. Alcuni anni dopo Tatiana, divenuta la principessa Gremina incontra di nuovo Onegin che ora scopre innamorato di lei. Nel loro ultimo impossibile incontro, è Onegin stavolta a implorare l’amore di Tatiana e nonostante lei lo ami ancora decide, di allontanarlo e di non cedere ancora a un nuovo illusorio sogno d’amore. Grande l’orchestra del Marinskij, ottimo il coro di Santa Cecilia (decisivo e partecipe all’azione), direzione sublime del carismatico Gergiev, elegantissimo, quasi assorto in sé stesso, che dirige con veemenza solo con le lunghe mani: ora evidenzia la linea drammatica e il pathos della partitura rileggendola con piglio personale, ora ne esalta la linea brillante e luminosa nei valzer o nei magnifici momenti di lirismo carico di struggente dolcezza nei duetti d’amore, mai scevri da note cupe. Bellissima l’ouverture dai colori suadenti eppur tragici, ma la partitura (quasi tre ore di musica) offre momenti indimenticabili, dai sussulti interiori al suono dell’Orchestra sull’innamoramento repentino di Tatiana ai tremiti per la reazione crudele e arida di Onegin, dai palpiti sul duetto d’amore di Olga e di Lenskij (di grande intensità nel primo quadro del secondo atto quando piange l’amicizia perduta). L’apertura del terzo atto è meravigliosa e brillantissima a precedere i turbamenti di Onegin che incontra la principessa Gremina e si scopre perdutamente innamorato. E quale dolore struggente traspare nel duetto finale dell’addio! Perché si avvera ciò che è stato tragicamente profetizzato dalla nutrice di Tatiana “il Cielo ci dona l’abitudine in luogo della felicità”. Finale fiammeggiante con reiterati applausi a scena aperta e ovazioni. Meritatissime.

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