Napoletango

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Teatro del nonsense o teatro di movimento?

Ci vuole una bella fantasia per confezionare uno spettacolo apparentemente incomprensibile ma ricco di temi che scopri dopo un’attenta riflessione.
Il titolo è fuorviante, non è un’esibizione di tango, a parte un bel tango all’inizio della seconda parte, ma uno spettacolo in movimento a tempo di tango, una sorta di musical, con una ventina di esilaranti attori alla ricerca spasmodica di un’identità, personale, etnica, lavorativa, boh, vattelapesca, visto che il linguaggio usato, un napoletano stretto con qualche parola in italiano, è incomprensibile.
Domina la napolitanità quella più “caciarona”, più rumorosa, più confusionaria; le persone fanno di tutto: arrivano, partono, mangiano, bevono, dormono, si vestono, si spogliano, si mostrano nudi dietro un telo trasparente fluttuante che simula la doccia, camminano, ballano, gesticolano in modo isterico, mimano, tremano, urlano, non trovano proprio pace se non quando ogni tanto si fermano per formare dei quadri d’insieme con la tecnica del fermo immagine.
Il tutto avviene a tempo di tango, con musiche di Piazzolla e canzoni d’un tempo, come La cumparsita, Adios muchacos, La Paloma, Core’ grato, scelte da Harmonia Team, Davide Mastrogiovanni.
Il regista Giancarlo Sepe punta sull’effetto visivo delle scene d’insieme, curando la sincronia dei movimenti, l’intemperanza dei caratteri, l’esasperazione e la ripetitività della gestualità e della recitazione fino all’esasperazione, mettendo in scena nudità e seminudità che non disturbano, usando la platea per le entrate e le uscite degli attori e per farli interagire col pubblico (alla fine attori e attrici scelgono il partner tra la gente e ballano).
Le luci di Umile Vainieri sono eccezionali: ora coloratissime, ora bianche puntate sul pubblico o a fasci che tagliano una fitta nebbia, sono da avant spettacolo nel secondo atto che si apre col titolo luminoso tipo grande insegna da cabaret e specchi sul fondale che raddoppiano la scena.
I costumi bellissimi di Carlo De Marino, autore anche delle scene, realizzano un cromatismo vario e scintillante in tema con la follia di apparenti nonsense.
Vista l’incomprensibilità del linguaggio e del testo stesso, la prima parte poteva essere più breve, non è la lunghezza o la ripetitività delle azioni o il numero dei temi trattati a far emergere la validità e la resistenza fisica degli attori, che sono bravi per il ritmo, per la dinamicità, ma anche per ricordare un testo che non ha nulla di lineare.
Uno spettacolo difficile sia per gli attori sottoposti ad un ritmo frenetico, sia per il pubblico costretto a decifrare l’impenetrabile linguaggio della parola e dell’azione, comunque ben fatto e alla fine divertente.

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