L’ultimo harem

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L’ULTIMO HAREM
liberamente ispirato ai racconti de “Le mille e una notte” e di Nazli Eray
e ai saggi di Ayse Saracgil e Fatema Mernissi

testo e regia di Angelo Savelli
scene e costumi di Mirco Rocchi
luci di Roberto Cafaggini
produzione Pupi e Fresedde – Teatro di Rifredi

con Serra Yilmaz, Valentina Chico, Riccardo Naldini

 

MONDI CONCENTRAZIONARI CON PROFUMO D’ORIENTE

Accade in un istante, entrando nell’harem/hammam attraverso una tenda. Le volute di fumo speziato, i kilim e i tappeti annodati, alcuni forse provenienti dalla vallata di Pazyryk, le due basse fontane di marmo gorgoglianti, ci trasportano nelle illustrazioni variopinte ed esotiche (ingenue o lascive) delle fiabe arabe. La guardiana dell’harem e l’eunuco Sumbul preparano la nuova favorita Humeyra (il cui corpo emana luce ed evoca i versi del “Cantico”: “come un nastro di porpora le tue labbra…i tuoi germogli sono un giardino di melagrane, e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano”) all’incontro – possibile, ma non certo – con il sultano.
Sarà probabilmente l’ultima notte nell’harem, poiché una legge sta per disporre la chiusura di questi luoghi di segregazione e fantasticheria, di apprendimento dell’ars amatoria e della narrazione, nati per ostentare ricchezza e potere.
L’attesa si colora di racconti. La figlia di un potente Djinn – una donna-uccello dal lucido, meraviglioso piumaggio rosso – si reca ogni giorno nel giardino segreto di un palazzo costruito in mezzo al deserto per bagnarsi nell’acqua tersa delle sue fontane, dopo essersi sfilata le grandi ali e il mantello di barbule cheratinose. Hassan, giovane ospite delle tre sorelle proprietarie del palazzo (dedite a un ilare edonismo), invaghitosi della fanciulla, ruba e nasconde il suo rivestimento animale per costringerla a un’esistenza terrena e al matrimonio. La ragazza (Valentina Chico) acconsente alle nozze e dà due figli ad Hassan, però conserva il sogno di volare di nuovo nell’azzurro del cielo, lontana dall’egoismo e dall’ansia di possesso dell’amore maschile. Niente la lega alla terra e a quell’uomo meschino, i figli – non scelti, ma subiti – appartengono solo ad Hassan, non a lei; quindi, con l’inganno, riesce a farsi rivelare dalla madre del giovane il nascondiglio della sua veste fatata e a sparire per sempre nella sconfinata volta emisferica.
Dopo tanto abbacinante vorticare di colori, cadiamo nella semioscurità di uno spoglio interno popolare. Nella Istanbul odierna, una casalinga ingrommata di untume, tedio e vapori di brassicacee, con l’anima tarlata dalla piattezza e dalla ripetitività dell’esistenza, stira annoiata i panni del marito enumerando minuziosamente le incombenze di ogni giorno ed esprimendo il suo desiderio inattuato, costantemente rimandato, di voltare l’angolo e fuggire (come si può sparire con un gigantesco cavolo sotto il braccio?).
La signora conduce una vita immobile, e nell’acqua ferma nascono i djinn dall’influsso malefico. I pensieri si fanno torbidi e bizzarri, si diventa preda di strane ossessioni e impulsi. Come quello di cercare a ogni costo di aprirsi un varco per penetrare nell’appartamento dei vicini, raspando e scavando con ostinazione dentro un ripostiglio, similmente a certe figure kafkiane dalla natura indefinita, borbottanti e apprensive. Dall’altra parte troverà una camera oscura e un fotografo altrettanto insoddisfatto.
Insieme creano un mondo parallelo sibaritico. Le pareti del laboratorio si dissolvono, lasciando apparire i mari, i suk, le città, i minareti, le moschee dalle cupole d’oro, gli spiriti delle “Mille e una notte”. Ciò che si mostra come una delle forme della libertà – il racconto – va in realtà a coincidere con la prigionia esistenziale che proprio l’edulcorazione fantastica rende ineludibile.

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