Un Bergman mai visto

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Prendi Bergman e mettilo da parte. Non perché il grande autore svedese qui non ci sia: suoi il testo, i personaggi, la scansione in singoli quadri della vita tormentata di una coppia. Ma “Scene da un matrimonio” diretto da Alessandro D’Alatri (importante regista cinematografico e di spot televisivi), al Teatro India di Roma fino al 12 febbraio, presenta tali caratteri di novità da mettere tra parentesi ogni possibile raffronto con il film del 1973. Qui domina la rappresentazione dei sentimenti, la citazione degli stati d’animo, lasciati galleggiare in superficie più che interiorizzati in psicologismi che oggi sarebbero quasi di maniera. L’orizzonte di D’Alatri sembra essere la commedia: strizza il testo per tirarne fuori gocce d’ironia (e amari sorrisi per gli spettatori), mostrandoci un’autenticità rincorsa ed esperita soltanto perché null’altro sappiamo chiederci.

Produzione non facile quella del Teatro Stabile d’Abruzzo (la prima dopo il terremoto dell’aprile 2009), che riporta in scena una pièce assente dai palcoscenici dal 1997, a opera della coppia Monica Guerritore e Gabriele Lavia. La storia è nota: una coppia apparentemente perfetta – un rapporto di “lealtà, benessere, sicurezza”, così lo definisce all’inizio il protagonista maschile – che lentamente si sfalda, passando per insoddisfazioni personali, tradimenti e rimorsi, per poi (forse) ritrovare anni dopo il negato mondo affettivo in una relazione da amanti. Un’operazione coraggiosa a partire dal testo, fortemente attualizzato e italianizzato (dal cambio di professione di lui ai riferimenti “politici” al precariato e alla corruzione), reso più veloce e vicino all’odierna banalizzazione del reale.

E per il profilo dei personaggi (Giovanni e Marianna), colti nel passaggio d’età alla definitiva maturità e tagliati a linee grosse e nette: due tipi, due maschere, ritratti nei loro caratteri essenziali, cui danno vita Daniele Pecci – noto al grande pubblico per fiction di successo (come “Orgoglio” e “Il bello delle donne”), tornato al teatro che ne contrassegnò l’avvio di carriera – e Federica Di Martino, vincitrice nel 2006 del Premio Eti come migliore attrice emergente. Una scelta efficace, soprattutto per il differente registro recitativo: colloquiale e disimpegnato lui, temperamentale e riflessiva lei. Che rende il loro confronto particolarmente interessante, proprio per la discordanza tutta esposta e voluta.

Lo stridore, appunto, sembra essere un’altra chiave interpretativa dello spettacolo. All’evocativa scenografia disegnata da Matteo Soltanto (un “ghiacciaio” di grandi strutture geometriche ricoperte di morbidi temi bianchissimi), ai sognanti reticoli musicali del chitarrista e fondatore della Pfm Franco Mussida, alle luci livide, alla grande cura dei costumi – e non ultimo, all’avvenenza fisica dei due attori, generosamente mostrata – fanno da contraltare l’irruzione della quotidianità, l’iper-reale banalità della convivenza, il sadomasochismo spicciolo, la sessualità quasi grottesca, la ricerca di una facile felicità. Tutto è racconto e non vita vera, sembra dirci il regista, e di questa apparenza gli attori se ne fanno carne.

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