Absent friends di Alan Ayckbourn

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Absent friends’, di Alan Ayckbourn, è una facciata che si sgretola, è la copertina patinata di una rivista glamour anni ’70 stracciata con violenza, è perfezione ostentata che vacilla. Perché la perfezione immutabile e cristallizzata della memoria rivela le imperfezioni della vita, la difficoltà quotidiana, l’occasione perduta. Ed è non parlando della morte che la vita esplode. Così che la morte finisce per essere un’istantanea che immortala quella perfezione che, a detta degli altri, con la vita andrebbe perduta. E l’immagine di quello che è stato resta inalterata, come esaltata da una perdita improvvisa.

Il distacco è un tema centrale di questa commedia, che sia in forma di perdita o di distanza. Perché l’amicizia forse è immune alla lontananza, ma certo non può esserlo al tempo che passa e che, inevitabilmente, ci cambia. Quindi da un lato c’è un amore interrotto all’improvviso, una felicità che altrimenti non avremmo conosciuto, e dall’altro un’amicizia che non sa come ricomporre sé stessa, dopo tutto il tempo che è passato dall’ultima volta: memorie di una realtà ormai scomparsa, di cui il ricordo sfuma i contorni mettendo in evidenza la sostanza. Per via della nostra incapacità di capire la vita vivendola, che sarebbe in effetti come chiedere di spiegarci la trama di un romanzo al suo protagonista.

Ma davanti alla perdita, e alla consapevolezza nuova che la accompagna, la riscoperta di ciò che davvero conta si trasforma in questo caso in una percezione dell’infelicità più distinta. E qui sta il paradosso di questa commedia, perché chi vive la perdita riscopre la vita e dà alla sua memoria un’interpretazione nuova, ringraziando per quella felicità che gli è stata strappata e rivalutando quella che al momento di viverla gli era sfuggita, e chi invece non ha perso nulla crolla, davanti a un dolore devastante che forse solo una perdita vera potrebbe rimettere in discussione, cambiando ancora una volta le prospettive. ‘Absent friends’ è insomma un bivio dell’insoddisfazione.

E la sua messa in scena ne esalta le dinamiche. La scenografia di Tom Scutt è la facciata immacolata di un’infelicità che nasconde sé stessa. La regia di Jeremy Herrin è curata, e segue accentuandoli gli alti e i bassi di questa commedia, dove niente succede e tutto si rivela. I personaggi sono dipinti con precisione e l’interpretazione di tutti gli attori è impeccabile, tanto che le emozioni vanno al di là delle parole che io, a dirla tutta, stentavo a capire.

Quello che ho visto era un trattato di psicologia riadattato per il teatro, diviso tra il dolore della morte e il male di vivere, tra una pacifica accettazione e un attimo che rimette tutto in discussione, forme diverse di lucidità, di coraggio o di rassegnazione. Una commedia, quindi, dalle tinte scure, come il nostro Benvenuti migliore. Questo tè pomeridiano come il suo pranzo di Natale. E il suo risvolto imprevedibile ci lascia con un dubbio a suo modo fondamentale: se fosse meglio arruolarsi nella polizia canadese.

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