Giulio Cesare di William Shakespeare

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Non capite il sollievo quando il primo attore è entrato in scena e ho sentito parlare italiano. Non capite il trauma quando, solo qualche istante dopo, ho realizzato che l’italiano non sarebbe servito: quello che mi aspettava era teatro contemporaneo.

Ora. Io c’ho un po’ perso la mano, questo va riconosciuto. Sono fuori allenamento, ed è un’attenuante di un certo tipo. Ma quando sono venuta al Globe la prima volta, dopo un paio di mesi scarsi di permanenza a Londra, che il mio inglese era ancora fermo a un livello da seconda media, me ne ero andata tutta entusiasta perché avevo capito cos’era successo in scena.

Attenzione. Non ho detto che capivo le battute. Ho capito l’essenza del testo: le dinamiche, i personaggi, e le emozioni che mettevano sul piatto, che così si riconfermavano ancora una volta patrimonio dell’umanità nel suo complesso, estranee a ogni confine politico, alla barriera del linguaggio e allo scorrere del tempo. Stavolta avevo la sensazione strisciante che sarebbe successo l’opposto, che avrei visto a Londra uno spettacolo in italiano, scritto da Shakespeare ma dedicato a un romano, e che sarei uscita chiedendomi perfino chi fosse Marco Antonio.

Il mio legame con questo spettacolo, quindi, è stato difficile e contrastato, e a entrare in sintonia c’abbiamo messo un poco. Forse devo ammettere di essere più tradizionalista di quel che credevo, ma in fondo che Shakespeare basta a sé stesso è vero. E venendo al Globe non vi dico che mi aspettassi proprio corazze romane e duelli di spade, ma, a essere sinceri, qualcosa di simile. Qui, invece, c’era una sedia al posto di Giulio Cesare. Capirete la mia reazione iniziale.

Quindi. Parliamone. Il teatro shakespeariano rientra in quello che mi piace chiamare teatro della parola: non c’è scenografia o ambientazione che la parola di Shakespeare non sia in grado di evocare, non c’è storia che non possa raccontare, affidando al pubblico e alla sua immaginazione il compito di creare gli eserciti, allargare gli spazi, abbattere le pareti del teatro per raggiungere il regno di Enrico, il castello di Amleto, la terra di Otello, Verona e il suo Romeo. Ma soprattutto, la parola di Shakespeare rende esplicito il sentimento, la cui interpretazione più sincera ci appartiene troppo per credere che appartenga anche alla storia. Da una gestualità che nel tempo è rimasta immutata a una parola che emoziona.

In questo caso, dall’uso parsimonioso della scenografia, affidata all’intensità della nostra fantasia, alla più pura simbologia, che in silenzio racconta la trama, di fatto sostituendosi alla parola. Non più immaginazione, quindi, ma esercizio di interpretazione, pratica di decrittazione. Con il rischio, sia da un lato che dall’altro, di cadere nell’eccesso, sforzandosi di trovare un significato a dettagli che un significato non ce l’hanno.

Come questa storia delle porte. Quando ho realizzato, ormai uscendo da teatro, e tanto per inciso non c’è niente di più magico che uscire da un teatro all’aperto varcando i confini di questa O di legno, che anche le porte potevano avere un senso, il mio rapporto con questo spettacolo si è nuovamente complicato, dopo una schiarita fra primo e secondo atto che non è un riferimento alla durata dell’intervallo. E così il tormento di quelle rotelle che scorrevano sul tavolato del palco mi ha accompagnato mentre ripercorrevo ciò che avevo visto, tentando di capire, o di scovare, il significato nascosto, la chiave del simbolismo. E comunque concludendo che la parola è più potente di qualsiasi rivisitazione quando si tratta di suscitare l’emozione, mentre potrebbe non servire per darle voce.

Così quella che all’inizio sembrava una recitazione impostata e poco reale si è sciolta nelle parole dell’autore, nel duello verbale tra Antonio e Bruto sulla tomba di Cesare, che innalzati sul palco si rivolgevano a una platea che d’improvviso, per il potere del teatro, tornava ad essere pubblico elisabettiano, e poi ancora folla dell’Impero Romano, raccolta a celebrare un idolo caduto che in questa messa in scena ha le fattezze di un articolo d’arredo. Parole e simbolismo. Le immagini si sostituiscono alle azioni e le parole tornano ad essere protagoniste, che siano impetuose, assenti o distillate. Così gli eserciti si scontrano in una battaglia quasi immobile fatta solo di dialettica e di passi, i congiurati vengono catturati con una corsa trattenuta dalle funi e si uccide solo facendo chiudere gli occhi. Ma di tutte, nella sua semplicità, l’immagine più bella resta una, quella silenziosa dell’assassinio di un protagonista che di fatto non è mai salito sul palco eppure è sempre stato in scena: le pugnalate a Cesare come tratti di gesso rosso sullo schienale di una poltrona.

E allora i miei complimenti a costumista e scenografa, Mariano Tufano e Arcangela di Lorenzo, che hanno reso in pochi tratti i caratteri distintivi più nascosti dei personaggi, prendendo in prestito pantaloni di pelle da motociclisti ribelli, completi eleganti da mafiosi nostrani, e abiti da pieno Risorgimento che rimandavano d’istinto a quelli de ‘Il gattopardo’. I miei complimenti agli attori, Giandomenico Cupaiuolo, Roberto Manzi, Gabriele Portoghese e Lucas Waldem Zanforlini, costretti a confrontarsi con l’attualità dei grandi personaggi della storia, rappresentando gli eroi dei tempi antichi riscritti dal genio della penna shakespeariana. I miei complimenti alle attrici, Ersilia Lombardo e Livia Castiglioni, che con un’interpretazione nuova, diversa da quella convenzionale che è certo più immediata, hanno svelato i lati oscuri di una personalità per certi versi ancora inesplorata. I miei complimenti al regista, Andrea Baracco, che mi ha fatto apprezzare questa messa in scena anche grazie a un percorso in salita. I miei complimenti agli spettatori inglesi, che come me la prima volta in questo teatro hanno davvero allargato i sensi per comprendere lo spettacolo, abbracciandolo nel suo insieme al di là della mera traduzione, cosa che io stavolta, legata com’ero alla riscoperta di un fonema familiare, forse non sono riuscita a fare. I miei complimenti al pubblico racchiuso al centro del foro al centro del teatro, riparato sotto il cappuccio della giacca a vento che rendeva ogni suono più ovattato, e accompagnato dal ticchettio costante della pioggia, che cadeva timidamente per assistere al dramma e finiva per esserne come colonna sonora inaspettata protagonista. E i miei complimenti, infine, al Globe, che mette in scena tutte le lingue di questo linguaggio universale, che dà corpo all’emozione senza voce, sottolineando a suo modo l’importanza delle parole. Anche quando sono solo un suono incomprensibile. Sia questo italiano o inglese.

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