Lo stupro di Lucrezia di Shakespeare al Teatro Vascello di Roma

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lucreziaChe Valter Malosti abbia un rapporto privilegiato con William Shakespeare è cosa nota: la sua attenzione però sembra essersi rivolta in particolare ad alcune opere meno frequentate del Bardo, portando a risultati decisamente interessanti come accade anche nel crudo poemetto Lo stupro di Lucrezia, che ha debuttato con successo in prima romana assoluta al Teatro Vascello.

Qualche anno fa Malosti, nel corso dell’ultima stagione del Teatro Valle gestita dall’Eti, aveva presentato a Roma (fra gli altri spettacoli, fra cui La scuola della mogli di Molière) anche un piccolo gioiello come Venere e Adone (premiato dall’Associazione Nazionale Critici di Teatro nel 2009), un poemetto di Shakespeare pubblicato nel 1593 che formava un ideale dittico con il poemetto gemello Lo stupro di Lucrezia, pubblicato nel 1594.

In realtà i due poemetti erano molto diversi, e tanto poteva essere quasi giorgiornesco e vitale l’affresco di Venere e Adone, quanto appare invece crudo e violento un testo tragico come Lo stupro di Lucrezia. La versione italiana e l’adattamento teatrale del pometto sono di Valter Malosti che per l’occasione si ritaglia il ruolo di narratore-deus ex machina, con la sua voce carica di ombre e di sfumature ora calde, ora tragiche, dall’angolo di una scrivania.

Il poemetto racconta la storia di come il re Tarquinio si invaghisca di Lucrezia, la virtuosa moglie di uno dei suoi pià fedeli generali, Colaltino, dopo averne sentito le lodi e di come la stupri, approfittando dell’assenza del marito impegnato in battaglia.

Il suicidio di Lucrezia, dopo il gesto vile perpetrato da Tarquinio, inciterà il popolo romano a ribellarsi al re liberandosi dalla tirannia monarchica.

Protagonisti in scena di questo spettacolo dalle tinte forti e caravaggesche, sono i corpi e le anime di due giovani attori, Alice Spisa (Lucrezia) e Jacopo Squizzato (Tarquinio), appena diplomati alla Scuola per attori del Teatro Stabile di Torino diretta dallo stesso Malosti: agli attori il regista ha chiesto un notevole impegno “costringendoli” a impegnarsi con un ruolo difficile e violento, non solo da un punto di vista fisico (sono spesso nudi in scena), ma soprattutto morale e verbale.

In scena i due attori danno vita a intensi monologhi alternati: da una parte c’è Tarquinio, accecato dal desiderio e dalla lussuria, dall’altra c’è Lucrezia, vittima innocente del potere e dell’uomo.

Alice Spisa in particolare conquista il pubblico: è bravissima e convincente, fino a sciogliersi in lacrime e a commuovere il pubblico con lo sguardo fiero, ma provato, soprattutto nel toccante monologo-sfogo che la porterà a convincersi infliggersi la morte dopo l’umiliazione subìta.

La violenza delle parole e del gesto sembra contrapporsi alla ricercatezza essenziale della scena composta da una sorta di ring rosso, una poltrona antica in velluto e stucchi dorati, un frigorifero d’epoca, in un lavoro difficile e duro, ma estremamente coraggioso e interessante.

In scena fino all’8 dicembre al Teatro Vascello di Roma.

 

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