John Gabriel Borkman

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fotoJohn Gabriel Borkman, penultima fatica del grande Henrik Ibsen, consegna al pubblico l’immagine cupa e sconvolgente di un uomo chiuso nella gabbia del suo malcontento, toccato dal disonore eppure ancora restio a considerarsi un uomo perduto, un vinto. John Gabriel Borkman, che Massimo Popolizio interpreta con voce collerica ed irosa, scavando con la profondità del gesto teatrale quel che resta della vita del suo personaggio, è la storia di un brillante banchiere incorso in un fallimento di colossali dimensioni: dopo cinque anni di carcere, conteso dalla moglie e dalla cognata – sua ex amante – Borkman si chiude nel silenzio delle sue camere, allietato solo dalla musica di un pianoforte che una bellissima fanciulla suona per lui e dalla saltuaria compagnia dell’amico Foldal, autore di una tragedia mai pubblicata. La tragedia si svolge sedici anni dopo le vicende giudiziarie di Borkman, e dunque la storia è il racconto di ciò che resta dell’esistenza del banchiere, e non già del suo periodo di fulgida gloria finanziaria. Un poco immesso sulla strada dell’inettitudine – desidera una sorella ma ne sposa un’altra, al pari dello Zeno sveviano – un poco preda di una folle ambizione, Borkman è la sintesi perfetta delle ultime creazioni di Ibsen, concentrate nel tentativo di tracciare l’immagine di grandi uomini con grandi progetti che si scontrano con il senso ultimo del loro operare.

Conteso – come si è scritto – fra due sorelle, Borkman non dispera di trovare un riscatto, pur consapevole che niente sarebbe capace di riabilitarlo. È sul figlio, allora, Erhart Borkman, che si concentrano le attenzioni dei personaggi, perché di un molle giovanotto si faccia uno squalo della finanza; ma il ragazzo è timido, insicuro, non ha la stoffa che serve per un mestiere che abbisogna di una freddezza che il giovane non possiede. Inutilmente, ogni cosa sarà vana, ché il destino di Borkman è segnato da un odore di morte che si fa insopportabile all’interno del dramma, e che non mancherà di segnarlo sul suo finire.

La resa scenica risente fortemente della difficoltà del testo. Appurata l’indubbia attualità del tema, con i suoi spunti di riflessione sociale ed economica, calati all’interno di un testo che sopravvive alle brutture del tempo, non possiamo definire questa messinscena completamente riuscita, ché manca, all’opera, quel momento bruciante di consapevolezza che consenta l’identificazione con i personaggi, che rimangono freddi e distanti. Massimo Popolizio ha il suo daffare, e ben riesce nel suo borbottio continuo a mostrare il rimpianto e la rabbia per ciò che poteva e non è stato, così come la bravissima Manuela Mandracchia si scuote dalla rigidità che segna la sua compagna di scena, Lucrezia Lante della Rovere, per mostrare al pubblico la sua vena titanica e patetica al contempo.

Ne esce, per concludere, un’opera riuscita soltanto in parte, che lascia lo spettatore nel dubbio che si sarebbe potuto fare qualcosa di più, e farlo, forse, addirittura meglio.

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