Madame Bovary

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fotoRassegna “Stazioni d’emergenza”.

scritto e diretto da Luciano Colavero
con Chiara Favero
scene Alberto Favretto, Marcello Colavero
suono Michele Gasparini
costumi Stefania Cempini

Produzione Strutture Primarie.

 

La Madame Bovary interpretata da Chiara Favero è avvolta dalla scarna tetraggine di un palcoscenico vuoto. Su una sorta di pedana, come fosse un molo, aspetta la sua partenza o fuga che mai arriverà se non con la morte.

Colta nell’atto di confessare al vecchio marito Charles, i suoi tradimenti, il suo rancore e i suoi desideri, il regista Colavero propone una donna lontana dalla suggestione romantica che si è creata intorno al romanzo. Pur tenendo bene in mente l’occhio naturalista di Flaubert, sposta tutta l’attenzione sul desiderio nudo e crudo della protagonista. La sessualità prima repressa, poi vissuta come un vorticoso valzer, diviene un canale per denudarsi della sua identità di nubile come di moglie, per assumerne altre ancora e cangianti. Emma è una donna che ruba pezzi dalla vita altrui e rattoppa sul suo volto maschere disordinate e assurde, con una gestualità prosaica ed un parlare segnato da spie nevrotiche che, modernamente, fanno trapelare la fisiologia del desiderio privato della sua patina sentimentalista.

Una sorta di approccio fisico, scientifico, quasi chimico con il romanzo di Flaubert; il suono tetro e metallico ha come costante un’asfissiante ronzio di mosche evocanti quel clima di soffocamento angoscioso di una realtà provinciale, come se fossero fiato e pensiero di quel silente e mediocre Charles Bovary.

E forse è questa maniera scarna di rappresentazione a destare una teatralità di una figura letteraria che è nell’immaginario collettivo di tutti tempi. La confessione di Madame Bovary coglie, infatti, tutto il suo agire che come da eroina classica la porta alla distruzione e alla morte. L’azione, qui non altri che l’affermazione del desiderio femminile, restituisce la drammaticità (in senso etimologico) al monologo.

La recitazione di Chiara Favero, come detto, è distante dal classico pathos che contraddistingue la protagonista flaubertiana; è un’interpretazione, invece, che si abbandona ad un linguaggio ricco di ripetizioni, nevrotiche concitazioni che verbalizzano una voglia tutta fisica di vivere, canalizzata poi nella morte, come nell’eros, passando per i folli debiti che contrae nella sua vita.

All’abbandono al desiderio si sovrappone la condizione straniante nei confronti del mondo e della propria identità “istituzionale”. Insomma, Emma Bovary è una donna qualunque alle prese con le ultime nevrosi e rancori della sua esistenza.

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