Capodanno a Venezia con Daniel Harding

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Foto di Michele Crosera

Ludwig van Beethoven: Die Weihe des Hauses, ouverture, op. 124; Sinfonia n.8 in fa maggiore op. 93

Gioachino Rossini: La gazza ladra: Sinfonia

Gaetano Donizetti: Lucia di Lammermoor: «D’immenso giubilo»

Giacomo Puccini: La bohème: «Che gelida manina»; «Mi chiamano Mimì»; «O soave fanciulla»

Nino Rota: Napoli milionaria: Boogie-woogie

Amilcare Ponchielli: La Gioconda: Can-can dalla Danza delle ore

Giuseppe Verdi: Luisa Miller: «Quando le sere, al placido»; La traviata: «Sempre libera degg’io»; Nabucco: «Va’ pensiero sull’ali dorate»; La traviata: «Libiam ne’ lieti calici»

Direttore: Daniel Harding

Soprano: Maria Agresta

Tenore: Matthew Polenzani

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

Maestro del Coro: Claudio Marino Moretti

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31 dicembre, tempo di bilanci e propositi positivi per un futuro migliore. Come da tradizione, il Teatro La Fenice celebra il 2015 con il Concerto di Capodanno, ospitando sul podio Daniel Harding.

Sul programma “or incomincian le dolenti note”. Che a Venezia si voglia salutare il nuovo anno all’insegna della formalità e dell’etichetta, al posto di una spensieratezza d’Oltralpe ben più entusiasmante, è ormai palese fin dalla prima edizione. In un contesto lirico, destinato quindi all’esaltazione del belcanto italiano, il boogie-woogie di Rota, la sinfonia di Rossini e il can-can di Ponchielli sono briosi fuochi d’artificio che per un attimo risvegliano lo spettatore, critico, dal torpore delle solite cose in cui ricade subito dopo. Perché non si voglia optare per un completo menù a base di brani gai e frivoli – di compositori italiani si intende, non sia mai che si infiltrino in laguna antiche tendenze filo-austriache o filo-francesi – rimane un mistero. Di necessità virtù.

Prima parte tutta beethoveniana, con Die Weihe des Hauses e la Sinfonia n. 8. L’Orchestra, sotto la direzione di Harding, ritrova un’indubbia pastosità di suono che compatta gli archi in un buon amalgama, ma manca, soprattutto nella “piccola sinfonia”, di quella giocosità, di quel brio haydniano che solo pochi direttori sanno infonderle.

Dopo l’intervallo, prende il via un mélange di musica nazionalpopolare, privo di qualsivoglia eccitante novità. Già si è detto del malriuscito tentativo di vivacizzare l’atmosfera statica e pompier con gli estratti sopracitati. Il Coro, in splendida forma grazie all’appassionato lavoro del maestro Claudio Marino Moretti, trova i suoi momenti di gloria in D’immenso giubilo e nel Va’ pensiero, canto degli ebrei schiavi a Babilonia, che si presta a velati sentimenti d’insofferenza verso la situazione politica attuale del Bel Paese. Tre estratti da La bohème introducono i due solisti, il soprano Maria Agresta e il tenore Matthew Polenzani. Quest’ultimo è artista di grosso calibro, una piacevole rivelazione che sarebbe auspicabile poter rivedere in qualche futura produzione sul palco della Fenice. Voce omogenea, a suo agio nel registro acuto, dal bel timbro cristallino, riesce a rendere un Rodolfo romantico e seducente. Bene anche Agresta, specialista nel repertorio pucciniano, nella parte di Mimì. Si passa poi a un’altra celebrità italiana, Verdi. Il tenore si disimpegna in maniera disinvolta in Quando le sere, al placido, aria struggente da Luisa Miller. Il soprano, invece, risente di alcune evidenti mende d’estensione nella ripresa del Sempre libera e nel bissato brindisi da La traviata, problemi venuti già alla luce nel passato Simon Boccanegra.

Pubblico entusiasta ma in parte poco competente, dato che c’è stato chi ha applaudito ripetutamente al termine di ogni movimento dell’Ottava.

 

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