“Gatta ci cova” dal repertorio di Angelo Musco

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fotoEnrico Guarneri riempie la scena con l’umanità che tracima dal suo Padron Isidoro, figura di proprietario terriero dei primi del Novecento, attaccato alla sua “roba” più per dare lavoro ai suoi braccianti che per desiderio personale di possesso.

È affetto da un deficit mentale Padron Isidoro, che lo rende un po’ naif ed estemporaneo, un Forrest Gump dotato di grande capacità di relazionarsi empaticamente, di avvertire i bisogni e le aspettative delle persone che gli vivono intorno, di percepire i loro desideri reconditi, di saggiare i loro sentimenti, tuttavia incapace di quella sagacia che consente di tutelare i propri interessi.

È facile per la furba e avida sorella ‘Ntonia carpire la sua buona fede e indurlo alla donazione in suo favore, a fronte della labile promessa di lasciargli “il possesso in vita” del patrimonio.

“Verba volant, scripta manent”, così in nome della legge, la sorella sfratta il fratello per costituire la dote alla figlia ma, sempre in nome della legge, con l’aiuto dell’avvocato, Padron Isidoro ricorre allo stratagemma di riconoscere come proprio il figlio della giovane massara Vanna, per avere un erede legittimo che gli consenta di rientrare in possesso delle sue proprietà.

Il bene vince sul male, la bontà sulla perfidia, il cuore di Isidoro si apre al perdono e promette ospitalità alla meschina sorellastra.

I cavilli giuridici erano familiari al catanese Antonino Russo Giusti, autore di questa commedia divenuta all’epoca un classico teatrale e cavallo di battaglia di Angelo Musco, interprete anche del film del 1937 con Rosina Anselmi, diretto da Gennaro Righelli.

Rappresentata per la prima volta nel 1936 al Teatro Quirino, ritorna adesso sulle scene per la regia di Antonello Capodici e l’interpretazione del catanese Enrico Guarneri che tratteggia un Isidoro ingenuo e arguto, uomo magnanimo che crede nella giustizia amministrata col senso pratico del buon padre di famiglia, la cui bontà è il sale che dà sapore alla vita di chi lavora nella masseria, a cui tutti vogliono confidare i segreti dolci e amari, e lui cerca di trovare una soluzione a tutto, perché a volte basta la buona volontà per mettere a posto i tasselli scompaginati dall’ingordigia e dall’egoismo.

Il caso o, forse, il destino gli dà una mano e, ristabilito l’ordine può guardare a un futuro di serenità.

Reminiscenze verghiane e pirandelliane ma, soprattutto, un’accurata rappresentazione del carattere di Padron Isidoro reso da Guarneri con pregnante verosimiglianza nei tremori, nelle goffaggini, nelle leggere dissociazioni palesate dalle mani strette intorno alla testa, come a frenarne il turbinio e mettere a posto i pensieri.

Il dialetto siciliano anziché portare discapito alla comprensione dà forza e colore alla vicenda, ancorandola al suo contesto storico e sociale. Le frasi idiomatiche e la mimica rendono particolarmente godibili i dialoghi che strappano risate a scena aperta.

La scenografia di Salvo Manciagli riproduce uno scorcio della masseria fulcro di tutta la vicenda, su cui si affaccia la casa padronale, l’arco di ingresso, la casa del massaro.

Un plauso a tutti gli interpreti perfettamente caratterizzanti il proprio personaggio: Rossana Bonafede, Vincenzo Volo, Rosario Marco Amato, Nadia De Luca, Patrizia Scilla, Anna Nicolosi, Gianni Fontanarosa, Ciccio Abela, Mario Sapienza, Pietro Barbaro.

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