La Famiglia Addams

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fotodi Marshall Brickman e Rick Elice

adattamento italiano di Stefano Benni

con Geppi Cucciari, Stefano Belisari (Elio), Pierpaolo Lopatriello,Giulia Odetto, Leonardo Garbetta, Emanuele Ghizzinardi, Giacomo Nasta, Paolo Avanzini, Clara Maselli, Andrea Spina, Sergio Mancinelli, Filippo Musenga

regia Giorgio Gallione

musiche di Andrew Lippa

direzione musicale Cinzia Pennesi

coreografie Giovanni Di Cicco

scene Guido Fiorato

costumi Antonio Marras, realizzati dalla Sartoria del Piccolo Teatro di Milano – Teatro D’Europa

luci Marco Filibeck

produzione Family Show

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È arrivato anche a Genova La Famiglia Addams, primo adattamento italiano del musical di Broadway basato sui personaggi dell’originale fumetto di Charles Addams. Lo spettacolo ha debuttato in Italia nell’ottobre scorso, mentre gli americani lo hanno visto per la prima volta nel 2009. Brickman e Elice sono gli stessi autori di un altro musical, The Jersey Boys, noto al grande pubblico nella trasposizione cinematografica di Clint Eastwood del 2014.

Dopo questa nozionistica premessa, che mi è parsa utile per lasciar intravedere quale gigantesca macchina si muova dietro la realizzazione di questo spettacolo (nonché per motivare, magari in parte, l’acquisto del relativo biglietto, di certo non a buon mercato), è ora lecito chiedersi se e perché i teatri italiani si riempiranno in questa precisa occasione.

Al Teatro della Luna di Milano, dove ha esordito il tour, l’affluenza è stata di almeno 70.000 persone; che cosa interessa tanto il pubblico? Soprattutto la “gigantesca macchina” che, oltre a muoversi dietro la realizzazione dello spettacolo sotto forma di casting, elevato numero di personale impiegato, marketing, comunicazione, produzione e quant’altro, si muove anche sopra il palco, portando in trionfo due notissimi nomi del mondo dello spettacolo italiano: Elio e Geppi Cucciari. Lui nel ruolo di Gomez Addams sembra divertirsi molto, e si conquista il pubblico con le simpatiche battute, le parolacce e l’energia che pervade tutto il suo personaggio, vivendolo appieno. Lei, nel ruolo di Morticia, non ci sta. D’accordo, non siamo abituati a vederla in questi panni (questo vale anche per Elio), ma avrei preferito una Morticia del sud Italia in chiave comica, piuttosto che questo personaggio troppo ingessato e non abbastanza sviluppato. Gli altri personaggi che troviamo sulla scena formano un cast piuttosto variegato: virtuosi del canto con movenze ed espressioni adatte giusto al musical e al teatro di intrattenimento in generale, bravi attori che riescono a far ridere di gusto con le loro interpretazioni esagerate, e naturalmente anche un po’ tipizzate; è il caso di uno zio Fester che strappa applausi praticamente del pari ai sopracitati “grandi”, muovendo le trame della vicenda come un moderno servus callidus plautino, magari meno astuto ma sicuramente più matto. Una nota a parte merita il corpo di ballo, composto da dieci ballerini – a cui aggiungo Lurch per le capacità di movimento fuori dal comune in particolare, ma per la bravura in generale – che interpretano gli spiriti evocati dal cimitero di famiglia con grande trasporto, densità ed espressività, e riescono a catalizzare l’attenzione su di sé, talvolta addirittura a sottrarre la scena ai protagonisti.

La “gigantesca macchina” di cui sopra si regge su una scenografia a dir poco monumentale e si adorna di trucchi e costumi molto curati e suggestivi, pieni di paillettes e inquietanti o insoliti particolari, che ricordano vagamente quelli di Nightmare before Christmas, contaminati qua e là da un horror in bianco e nero, e impreziositi dalla creatività di Marras.

Nessuno si aspetti di trovare, però, più di un divertissment inteso alla Pascal. Il messaggio è certamente più affine a una qualunque commedia d’amore rispetto a quello dissacrante e spiazzante, originario delle creature di Addams, che si fa beffe della morte e del proprio tempo. Eppure la platea risponde bene alle battute colorate da humour nero e ai ribaltamenti del senso comune, dal fratellino che desidera ardentemente di essere torturato dalla sorella, mentre la madre lo consola con appellativi quantomeno insoliti per una genitrice («su mio piccolo scarafaggio»), alla nonna che divide il suo tempo tra il consumo/spaccio di droghe e l’elargizione di buoni consigli («Non pensare agli altri, pensa a come vivere la tua, di vita!»); con “La morte è dietro l’angolo”, una delle scene meglio riuscite nel complesso proprio perché ironica e dissacrante, appunto, scoppia finalmente la risata liberatoria.

Che peccato mortale che non si sia osato di più, d’altra parte era esattamente ciò che ci si aspettava, non sarebbe stato neanche rischioso. E invece vissero tutti felici, contenti e cantanti: «l’amore trionfa, alla fine».

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