La Locandiera

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fotoPersino Carlo Goldoni (Venezia 1707 – Parigi 1793) dalla cui straordinaria penna è uscita La Locandiera (classico della letteratura italiana ed emblema della riforma goldoniana che pone fine all’antica e gloriosa Commedia dell’Arte ormai tralignata) – dinamica commedia incentrata sulla figura di Mirandolina, donna intraprendente e consapevole della propria femminilità e imprenditrice ante litteram nella dinamica Firenze dell’epoca – non avrebbe forse nulla da eccepire sul delizioso e ‘confettoso’ adattamento frutto del frizzante estro di Corrado d’Elia, regista, attore e drammaturgo che ha il pregio di riuscire a comunicare il proprio amore per il teatro.

In una scenografia deliziosamente leziosa e dominata dalla plastica, emblema di un mondo artefatto di apparenze, in cui trionfa il rosa, simbolo dell’eterno femminino, si dipana la trama nel rispetto più assoluto del testo originario, pur se opportunamente ridotto e reso appetibile per i frettolosi palati del XXI secolo.

Ago della bilancia è Mirandolina, locandiera dall’operosità alacre coniugata con una capacità di seduzione innata (frutto anche del proprio corredo ormonale), le cui vicende raccontate con ritmo vivace e incalzante mettono in luce vizi e virtù di una società che mutatis mutandis manifesta oggi le stesse caratteristiche del passato, a volte peggiorate.

Il Marchese di Forlipopoli, macchietta di una società aristocratica decadente e senza pecunia, non è forse l’uomo contemporaneo che per mostrare la sua posizione sociale si nasconde dietro vuoti formalismi e la sfacciata arroganza del Conte d’Albafiorita, rappresentante di un nuovo ceto sociale che ha acquistato il titolo con il denaro, unica forza anche nel rapporto con Mirandolina, non ricorda lo sperpero ostentato di regalie da parte dei nuovi Paperone dell’età attuale?

E il Cavaliere di Ripafratta con i suoi pregiudizi misogini non evidenzia forse le infinite debolezze, paure e complessi di molti personaggi odierni che dietro a tanta ostentata sicumera nascondono altrettanta fragilità?

Nell’eterno gioco dell’apparire ciò che non si è, vantando una sicurezza che sembra venire solo dal denaro, si dipana il quotidiano del piccolo gruppo in cui alla fine paiono prevalere il buon senso e la saggezza di sapere scegliere soluzioni esistenziali consone alla propria situazione. Forse in questo sta la differenza con l’oggi: avidi di apparire sempre di più e ubriacati dalla sete di denaro e di successo, non sappiamo soffermarci e compiere analisi che aiutino a conoscerci, capirci ed effettuare scelte opportune.

Uno spettacolo che conserva la freschezza e il fascino delle pagine goldoniane interpretate da validissimi attori vestiti in modo spassosissimo e in grado di rendere con raffinata e simpatica ironia le infinite sfaccettature dell’animo umano colte dal commediografo veneziano ed enfatizzate al punto giusto da una regia attenta, precisa e capace di puntualizzare sfumature di grande rilevanza in modo da garantire anche sano e arguto divertimento.

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