“La serra” di Harold Pinter

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fotoProduzione di Emilia Romagna Fondazione e Teatro Metastasio della Toscana

 

Pur sapendo di andare a vedere un’opera di Pinter e di essermi preparato al suo linguaggio allusivo e criptico, ciononostante, dicevo, buona parte del primo atto mi ha lasciato sconcertato. L’apparente banalità del linguaggio, la studiata lentezza del dialogo, le pause scandite con lunghi adagi la recitazione goffamente studiata (a dir poco sopra le righe) del direttore della clinica psichiatrica dove si svolge l’azione, non mi convince. Mi ripeto che quello di Pinter non è un teatro di parola, che i silenzi, i vuoti, le assenze sono elementi portanti della sua struttura linguistica. I codici di Pinter sono l’essenzialità, l’allusività, la metafora, se non si capisce questo trinomio è bene passar la mano ad altri. Più che una clinica questo luogo assurdo, ma potentemente reale, è un lager dove i “carcerati” perdono la loro identità e, come appunto nei lager nazisti, vengono identificati con un numero. Il dottor Roote essere spregevole, inetto e arrogante allucinato da una forma di ridicolo e sadico egotismo gestisce in modo maniacale la clinica assecondato da un gruppo di medici dallo stesso deficit di valori. In questo “centro di rieducazione” i pazienti vengono sottoposti con grottesca e feroce determinazione a elettroshock, un paziente viene ucciso e una degente stuprata. Ed è in questo contesto di sopraffazione e violenza che il direttore e i suoi accoliti vengono alla fine spazzati via da una cruenta rivolta dei pazienti istigata dall’ambiguo segretario cui spetteranno le leve del comando.

La Serra è una metafora politica. La metafora dell’assurdità e della violenza del potere e la condanna dell’autoritarismo raccontata da Pinter con una formale comicità di linguaggio.

Dobbiamo alla creatività della scenografa Claudia Calvaresi (suoi anche i costumi) le scene originali, eleganti, pulite, semplici: una scatola cubica in plexiglass collocata su un livello sopraelevato dove alloggia il capo e sottostante lo spazio (un divano e un tavolino) per i sottoposti

Bravi gli attori con un plus nei confronti di Mauro Malinverno che nelle vesti del super galattico direttore ricorda il migliore Paolo Villaggio nei panni di Fracchia. Bravissimi anche (in ordine alfabetico) Valentina Banci, Elisa Borchi, Giusto Cucchiarini, Francesco Langone, Luca Mammoli, Fabio Mascagni. Belle e funzionali le musiche di Franco Visioli e il servizio luci di Fabio Bozzetta.

Quando uno spettacolo gira bene e ha successo, il merito principale è del regista, nel nostro caso Marco Plini.

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