La bi(g)sbetica domata    

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fotodi William Shakespeare
regia di Francesco Leschiera
elaborazione e riduzione drammaturgica di Ermelinda Cakalli, Antonello Antinolfi e Francesco Leschiera
con Marco Marzaioli, Sonia Burgarello, Alessandro Macchi, Valentina Pescetto e Stefano Cordella
produzione Teatro del Simposio
in coproduzione con Spazio Tertulliano

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Lo spettatore che si accinge a vedere questo spettacolo e si aspetta una rielaborazione che stravolge totalmente il testo originale di Shakespeare, si accorgerà ben presto di sbagliarsi.

Lo spettacolo è molto fedele alla storia e al testo originale che viene seguito spesso nei dialoghi.

Tuttavia la storia appare in una chiave modernissima e il segreto di ciò sta principalmente nelle interpretazioni dei bravissimi attori, nei costumi e nella scenografia.

Sembra di tornare indietro nel tempo nei mitici anni novanta, dove la storia si svolge stappando birre e mangiando pizza nel cartone, con il frigo della Heineken ben in vista, protagonista sul palco.

Attraverso il testo di Shakespeare ci troviamo a riflettere sulla modernità, su quanto le relazioni non siano cambiate rispetto al 1300, con la sola differenza che le contraddizioni e gli interessi un tempo non venivano celati, mentre ora risulta tutto nascosto dietro la maschera dell’ipocrisia e del perbenismo.

Lo spettacolo ci fa capire quanto i media influiscano sulla nostra vita, facendoci apparire tutto bello e scintillante quando in realtà si tratta di squallore e mera finzione.

Lo spettro del Grande Fratello, mai veramente citato, è presente con l’espediente del confessionale, dove ogni personaggio confida i propri pensieri con il pubblico.

Viene citato e omaggiato anche il passato, specialmente il primo novecento, che ritroviamo negli stacchi che sono una citazione del cinema muto e in alcuni dettagli tutti da gustare (come il colletto di Caterina, che è quello di Grimilde, la strega di Biancaneve del cartone Disney).

Nel processo di “addomesticamento” della bisbetica troviamo il processo sociale e psicologico che avviene tuttora anche oggi: per compiacere il proprio uomo la bisbetica si trova a dover ammansire il suo caratteraccio, tradendo se stessa.

Ben delineati sono i personaggi: Bianca, che non è più un esempio di virtù bensì una gattamorta che sceglie come proprio marito il più ricco tra i pretendenti, Ortensio, ricco e raffinato e vagamente effeminato, Lucenzio veemente e determinato e abbigliato con uno spassoso kilt e infine il furbo Petruccio, rappresentato con un look grunge rock che con il suo stratagemma riuscirà a legarsi a Caterina.

Rimane poi Caterina, la vittima della società, la cui colpa è il brutto carattere, che ci lascia intendere che il suo cambio di comportamento è meno volontario e duraturo di quanto pensiamo.

Veramente di effetto le scene e i costumi scelti con grande cura, e le musiche che rimandano anch’esse alla pop dance fine anni ’90.

Il finale è un colpo di scena di metateatro, con il quale la compagnia ci dà una chiave per capire qual è il segreto per sopravvivere alla pop-culture.

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