L’uomo nel diluvio

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fotoDrammaturgia e regia: Simone Amendola e Valerio Malorni

Con Valerio Malorni

Prodotto da Blue Desk/ Interno5 / Rete Piccoli Teatri Metropolitani
Spettacolo vincitore In-Box 2014

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Sembra impossibile raccontare i tempi odierni rifacendosi ad un racconto ormai mitico come la storia di Noè. Già, cosa mai potrebbe esserci in comune fra l’episodio veterotestamentario e la nostra vita, magari sul procinto di emigrare allettati da savie istruzioni di una guida tascabile su Berlino? Appunto nulla, se non fosse che il Teatro alle volte evoca parallelismi inconsci, inaspettati, eternamente disattesi che riesce a restituirci con il dono di una parola, di un’impressione che un po’ ci tocca tutti.

Valerio Malorni compare sul lato sinistro del palcoscenico mentre una fioca luce trasversale illumina un’arca sospesa da due corde. In sottofondo lo scroscio della pioggia; poi la luce si spegne e si riaccende, una canzone di Bob Dylan ad alto volume, il personaggio/attore si denuda e con un orologio rotondo in mano declama alcune parole che a malapena si sentono su Noè e su cosa bisogna salvare dal diluvio universale. Poi si ferma, spiega che tra poco leggerà un libro dietro quella vasca (perché la sua arca è solo una vasca da bagno) sebbene poi non ci vada; è chiaro, sta recitando la didascalia del suo stesso spettacolo svelandone persino le linee registiche. E difatti egli incomincia a sciorinare pagine di un “manuale di sopravvivenza”, Italiani in fuga – tutti a Berlino, con tanto di dedica a Massimo D’Alema! Un vademecum su come intraprendere una nuova vita in Germania e cercare il proprio spazio vitale sotto il vessillo dell’efficienza dei servizi teutonici, palingenesi economica ed artistica per Valerio dunque che interpreta se stesso, attore e al contempo uomo sprofondato in un diluvio “sociale, generazionale e teatrale. Cosa c’è da salvare se resti o se te ne vai? Il distacco dagli affetti, la prova tangibile di un fallimento, la speranza del nuovo, il desiderio di una dignità, di uno spettacolo per il quale vivere e con cui sopravvivere ed un riposo da rivendicare, un posto che non sia la sola vasca, la sua arca di Noè, giacché come l’eletto dal Signore, Valerio ha da compiere un viaggio selezionando cosa bisogna portare con sé mentre tutto il resto della vita frana nel diluvio dell’incertezza e della precarietà. A questo punto il monologo s’interrompe, per dei minuti (forse troppi per la fluidità dello spettacolo) la scena è vuota e sul corpo della vasca/arca vengono proiettati dei filmati relativi alle strade di Berlino. Valerio ritorna vestito con giubbotto e cappello, ha con sé un leggio e ci racconta della sua nuova vita a Berlino che ripetutamente definisce la “fisarmonica della distanza”, quella dagli affetti, dalla famiglia che di recente ha creato, sino ad arrivare a parlarci del suo spettacolo (quello che abbiamo visto sino alle videoproiezioni) all’Istituto di Cultura Italiana che va in scena per un fortuito caso. Valerio ragiona sul suo lavoro, ci spiega che non è assolutamente probabile che algidi teutonici comprendano le sue parole mezze italiane e mezze romanesche, ma nonostante ciò, dopo assurde prove in metro o con i pachistani delle cucine mediorientali, si esibisce con L’uomo nel diluvio.

A questo punto si posiziona al centro del palcoscenico come a voler fornire la rappresentazione della rappresentazione all’Istituto di Cultura Italiana a Berlino, ma scende in platea e cerca qualcuno che legga in tedesco la cronaca di un critico teatrale di quella serata; vediamo salire una signora che inizia impacciata la stramba lettura interrotta dallo stesso protagonista il quale recita in italiano il testo. Apprendiamo così che ciò che abbiamo veduto sino alla proiezione non era lo spettacolo completo ma che c’era una parte finale che solo le parole del giornalista ci raccontano ed, inoltre, scopriamo che la recensione è lo svelamento del senso che l’interprete desidera attribuire al suo lavoro, filtrato attraverso le emozioni di chi paradossalmente non comprendendone la lingua, è riuscito finalmente a guardare al Teatro come ad un’urgenza umana e sociale che nasce da un sentimento di smarrimento di un artista in fuga dal Sud verso Nord.

L’uomo nel diluvio di Valerio Malorni può avere ora due letture; può sembrare autoreferenziale giacché un attore ci tiene seduti circa settanta minuti per raccontarci del suo spettacolo e della sua vita, pensandosi un Noè senza Dio alle prese con la pioggia che invade la sua esistenza e che fa di una serie di luoghi comuni la propria parabola esistenziale ed artistica. Si può altrimenti costatarne l’originalità della scrittura ed apprendere che la mancanza di quella parte veicolata solo dalla lettura tradotta dal tedesco all’italiano – per di più della recensione, ennesimo filtro – implichi un’altra riflessione che esula un attimo dal contenuto intimistico della vicenda giacché è diretto ed immediato e arriva al pubblico facilmente. Valerio parla di un diluvio tutto laico, sociale e generazionale ma lascia che sia una voce ed una lingua altra del critico a narrare la sua parte più intima. Perché questo estraniamento? Provando a dare una risposta sembra che L’uomo nel diluvio sia un’opera aperta dove la conclusione ne è un’interpretazione e che rimanda al pubblico la possibilità di ritagliarsi una propria fine a seconda delle dinamiche individuali che lo accomunano alla storia di Malorni. Il parallelo con la figura biblica di Noè non va letta come una declinazione forzata all’universalità, quanto come rappresentazione dell’esigenza individuale di misurarci con le nostre sfide entro quella sociale e generazionale in cui siamo temporaneamente arenati. Il simbolo del remo, testimone che l’attore pone tra le mani di uno spettatore, evoca un desiderio di condivisione che deve necessariamente avvenire attraverso il Teatro e, parafrasando Strehler, finché c’è un uomo che racconta e un altro che lo ascolta esso continuerà a esistere.

Un desiderio più che lecito da parte di chi fa il teatro, chi lo vede, chi ne scrive.

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