Una pura formalità

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Foto di Manuela Giusto
Foto di Manuela Giusto

dal film di Giuseppe Tornatore

Versione teatrale e regia: Glauco Mauri

Con Glauco Mauri, Roberto Sturno

E con Giuseppe Nitti, Amedeo D’Amico, Paolo Benvenuti Vezzoso, Marco Fiore

Scene: Giuliano Spinelli

Costumi: Irene Monti

Musiche: Germano Mazzocchetti

Produzione: Compagnia Mauri Sturno in collaborazione con Fondazione Teatro della Pergola

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Il cinema e il teatro parlano linguaggi diversi. È la settima arte il più delle volte a interrogare l’anziana sorella, alla ricerca di un dialogo comune, ma non sempre realizzabile. Tale incompletezza si accentua quando ci si accinge ad adattare un film per la scena. Glauco Mauri, con Una pura formalità, prova a trovare una mediazione tra i generi. L’esito convince poco, proprio per la natura differente dei prodotti. La sceneggiatura del lungometraggio di Giuseppe Tornatore è una claustrofobica e angosciata ricerca della memoria che solo nell’inatteso epilogo acquisisce piena compiutezza, sebbene lo spettatore percepisca fin da subito qualcosa di discordante. Inevitabile quindi lo scarto che si crea tra i due lavori: se Tornatore usa il gioco di regia e di montaggio per costruire e decostruire l’intreccio, scombussolando gli eventi minuto per minuto, Mauri impiega la parola come unico medium attraverso cui ricomporre personalmente il puzzle. È nel finale che si trova il vulnus della trasposizione: se sullo schermo il destino dello scrittore Onoff si capisce chiaramente, sul palco si può solo intuire, senza esserne troppo convinti, proprio perché il linguaggio cinematografico offre soluzioni differenti da quelle teatrali.

Glauco Mauri incarna i panni del commissario Leonardo da Vinci e qualche piccola svista durante la recita ha svelato una memoria confondibile. Il personaggio manca di sfumature, sovrasta l’interlocutore di incalzanti e continui: «Perché?», mentre ben altro è il ritratto che ne esce dall’idea di Tornatore. Roberto Sturno restituisce con tutto se stesso un allucinato e angosciato Onoff, alfa e omega della vita come sottintende il nome, in costante tensione fino a quando non comprenderà davvero cos’è diventato.

Più che un commissariato, le scene mobili di Giuliano Spinelli, degne di Escher grazie alla particolare prospettiva obliqua secondo cui sono concepite, paiono definire una tana sotterranea, un bunker, o ancor meglio una sepoltura.

Applausi calorosi da parte del pubblico.

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