Peter Stein dirige “Der Park” di Botho Strauss

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fotoPiù di trent’anni fa, nel 1983, Botho Strauss, uno dei principali autori tedeschi viventi, ebbe un’intuizione, quella di traslare la storia del Sogno shakespeariano nella Berlino contemporanea. Nacque, così, Der Park, che l’autore dedicò al maestro europeo della regia Peter Stein. Il testo era nato in seguito ad un proficuo confronto tra i due, tanto che Botho recentemente ha dichiarato di considerare Stein in buona parte un “coautore” del testo. Oggi il Teatro Argentina torna ad essere protagonista sulla scena teatrale internazionale con un grande progetto fortemente voluto dal direttore Antonio Calbi, che è riuscito a creare per la prima volta nella storia del Teatro di Roma una “compagnia in residenza”, nonostante gli ingenti tagli statali alla cultura e la minaccia di un bilancio inadeguato. Lo stesso Calbi definisce questo spettacolo “sinfonico”: diciotto attori, tra cui due bambini, più di trenta scene diverse per uno spettacolo di quasi cinque ore che sviscera i temi della contemporaneità, come il degenerare della sessualità, l’incapacità ad amare, l’impossibilità di comunicazione, la perdita di memoria storica, l’incomprensione dell’arte. “Molte cose che Strauss aveva intuito trent’anni fa, oggi sono davanti agli occhi di tutti. Il teatro è in grado di raccontare vecchie storie in modo contemporaneo”, afferma Stein. Il Sogno di Shakespeare è ancora visibile nelle maglie dell’opera di Strauss, ma tutti gli aspetti metaforici assumono un significato nuovo e contestualizzato nella nostra epoca. Oberon (Paolo Graziosi) e Titania (Maddalena Crippa), due divinità portatrici di istinti primordiali e naturali, decidono di scendere tra gli uomini per infondere loro un nuovo slancio vitale. Sulla terra, infatti, le energie sono ormai spente, impera il virus della consunzione, le anime sono opache, gli uomini non ricordano più la storia, non sanno più affabulare, denigrano l’arte, vivono tra menzogne, falsità e disperazione. “Immaginiamoci una società laboriosa che si è allontanata dal sacro ed è quasi parimenti estranea alla poesia”, scrive Strauss nella dedica a Stein. Calato in tale realtà l’intervento salvifico architettato dalle divinità non ha l’esito sperato. L’artista Cyprian (Mauro Avogadro), moderno Puck al servizio di Oberon, crea amuleti che peggiorano la situazione, facendo emergere nuove incomprensioni e bassezze. Gli uomini, ormai in una deriva morale, non possono più essere salvati. Si lasciano andare a tradimenti, violenze, razzismo e perfino ad un assassinio. Il parco diventa il luogo-non luogo dove va in scena il disorientamento più totale. Le stesse divinità finiscono per essere fagocitate da questo mondo. Titania viene punita da Oberon perché incapace di frenare il proprio desiderio ferino di unirsi carnalmente ad un toro. Oberon rinuncia a tutto il suo potere, fino a diventare un uomo normale, debole e mansueto, di nome Mittentzwei, che vuol dire “spezzato in due”. La stanchezza della società fagocita tutti. La scena conclusiva del secondo atto non lascia spazio all’ottimismo. Un ispirato Alessandro Averone, che ha trovato la perfetta caratterizzazione per il suo personaggio, incarna il frutto mostruoso nato dalla passione di Titania, un minotauro nei panni di un dandy di città, in completo fucsia e zoccoli taurini. L’utopia divina è sparita. Resta solo una futile ma totalizzante preoccupazione per una festa uscita male. Solo cinque invitati hanno risposto all’invito per le nozze d’argento di Titania. Oberon è l’ospite più importante, ma non il marito e rapporto malato tra madre e figlio segna il tramonto completo di una cultura alto borghese. Botho Strauss e Peter Stein firmano una pietra miliare della storia del teatro contemporaneo che da trent’anni innesca riflessioni profonde sugli abissi della società.

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