Hallo

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fotoIdeazione, regia, scene, coreografia e interpretazione Martin Zimmermann

Drammaturgia : Sabine Geistlich

Sviluppo scenografia e coordinamento tecnico: Ingo Groher

Creazione musicale: Colin Vallon

Assistente alla messa in scena e alla coreografia: Eugénie Rebetez

Costumi: Franziska Born

Luci: Sammy Marchina

Produzione: Théâtre Vidy-Lausanne, Châteauvallon – centre national de création et diffusion culturelles, Espace Jean Legendre, Compiègne – scène nationale de l’Oise en préfiguration
KVS – koninklijke vlaamse schouwburg, La Filature, scène nationale – Mulhouse
Le Merlan, scène nationale à Marseille avec le pôle cirque Méditerranée, (Théâtre Europe, La Seyne sur Mer / CREAC, Marseille), Le Volcan, scène nationale du Havre
Les Théâtres
 de la Ville de Luxembourg Maillon-Théâtre de Strasbourg – scène européenne
Pour-cent culturel Migros, Theater casino Zug. Théâtre de la Ville, Paris – Zürcher Theater Spektakel Con il sostegno di: Ernst Göhner Stiftung & Schauspielhaus Zürich.

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La poesia del corpo e del gesto stagliata nella mobile geometria di forme colorate e tridimensionali, definisce l’ultimo lavoro di Martin Zimmermann, dal titolo Hallo.

Fra le compagnie di teatro-circo più importanti del mondo, già conosciuta al pubblico napoletano per altre presenze alle precedenti edizioni del Teatro Festival, Zimmermann & de Pierrot ritorna proponendo stavolta un assolo in cui appunto, lo stesso Zimmermann impersona l’unica figura umana presente sul palcoscenico.

Un magro figuro è accompagnato dal buffo rumore delle scarpe striscianti sul pavimento dinanzi a parallelepipedi che lentamente si scompongono, si aprono in microstrutture luminose; un’illusione prospettica data dallo spostamento in avanti di alcune quinte laterali congiunta al nero della scatola teatrale suggerisce un’ulteriore dimensione che ci apre a nuovi modi di fare di un nudo assito una vera e propria arte.

Il nostro protagonista, un vetrinista, è alle prese con gli oggetti che decorano un’ipotetica vetrina di un negozio, magari di un centro commerciale, in cui egli inscena una personale finzione, sovrapponendosi al manichino di turno. Insomma, una tragicomica dialettica fra realtà e finzione in cui l’artista tedesco riesce a dar vita ad un percorso intimistico, partendo dai lati più vulnerabili della sua persona e quindi “trascinando” in scena gli stati d’animo, i tic e fragilità di un’anima profondamente reale seppur raccontata mediante l’arte circense.

Hallo! ovvero “ciao” in lingua tedesca è l’unica parola che riusciamo a comprendere e stabilisce con il pubblico una tenera complicità che ci fa affezionare a quel buffissimo individuo che solo col gesto e con acrobazie circensi ci riconduce in un mondo di forme colorate e basculanti il cui movimento riproduce ampiamente il senso bahumanniano della “società liquida” entro la quale ognuno è alla ricerca del proprio riflesso. Gli specchi in cui si rifrangono più simulacri di se stesso, forme solide che si trasformano nel suo piccolo rifugio, una grassa risata che risuona da una botola, tutto assume l’aspetto di un singolare donchisciottesco confronto con ciò che sta intorno a noi.

Una drammaturgia che trascende il realismo per sposare il continuamente mutevole dell’esistenza e la relativa assurdità, come suggerisce lo stesso Zimmermann. Essere ingabbiato in una vetrina, sostituirsi ad un manichino scomposto, trasformarsi quasi in esso mutando forme, mutando costumi e pelle divengono la ricetta per uno spettacolo suggestivo. E così che mentre botole e parallelepipedi si aprono, si chiudono ed oscillano, la sensazione è che il nostro sgangherato piccolo vetrinista riesca a suo modo ad uscire incontaminato dalla voracità delle mistificazioni del consumismo moderno, con tutte le sue imprecisioni e tic, esorcizzando il tutto con un emblematico risucchio dell’aspirapolvere, altro oggetto comune della società dei consumi. Una coloratissima parabola di un mimo da circo coadiuvato da una tecnologia e scenotecnica ad altissimo livello (si veda l’imponente coproduzione che lo spettacolo ha alle spalle), la cui drammaturgia di Sabine Geistlich riesce a fornire un insieme poetico e coerente alle gags e al gesto dell’unico personaggio.

Anche le luci hanno una parte valida e consistente attraverso le molteplici variazioni che insistono su un’ottica egocentrica rispetto al protagonista in maniera singolarmente ironica e che impreziosiscono questa scatola magica che è il teatro di Zimmermann.

La sensazione che ne deriva, assistendo ad uno spettacolo del genere, è una sorta di armonia, di poetica leggerezza che ci lascia amabilmente scoprire una maniera di tradurre la poliforme realtà in un’arte alla quale noi italiani siamo poco avvezzi. Allora, intuiamo che un festival serve anche a questo.

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