“Gli Uccelli” di Aristofane

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fotoI variopinti volatili protagonisti di quest’opera di Aristofane sembrano aver nidificato sugli alti pini che si stagliano contro il cielo dietro le colonne del teatro romano di Ostia Antica, planando sulla scena per esaudire il desiderio dei due viandanti Pisètero ed Evèlpide, fuggiti da Atene per sottrarsi alla corruzione e al malaffare che regnano in città.

Dopo tanto girovagare accompagnati dal gracchio e dalla cornacchia, giungono da Upupa, sotto le cui piume batte il cuore di Tereo re di Tracia, che chiama a raccolta per gli ospiti, tutti i membri ciarlieri e policromi del suo nuovo regno: tortora, allodola, merlo, gheppio, zigolo, picchio, colombo, civetta, passero, martin pescatore, sparviere…

Festosi e canterini ciascuno nel proprio verso, vivono in pace e concordia.

I due, persuasi di aver raggiunto il luogo ideale per realizzare la loro utopia, propongono al re degli uccelli di fondare una città, sospesa tra cielo e terra, Nubicuculia.

Perplessi e diffidenti, dopo ampio dibattito e numerose dispute sull’attendibilità degli umani, gli uccelli decidono di accettare la proposta a patto di essere venerati come le nuove divinità alle quali offrire sacrifici.

Attirati dalla posizione favorevole, numerosi strani individui tentano di farsi accogliere dentro ‘le mura’ della nuova città: un indovino, un ispettore, un geometra e altri ciarlatani, prontamente cacciati dai due fondatori che non ammettono intrusi.

Intanto gli dei, esasperati e affamati dalla carenza di offerte votive, inviano Poseidone, Eracle e il barbaro Triballo come messaggeri di pace, senza esito: Pisetero verrà nominato successore di Zeus e sposerà Regina, depositaria del fulmine del padre degli dei, e gli uccelli regneranno sugli uomini.

Da un soggetto visionario e favolistico Claudio Boccaccini ha realizzato una messa in scena che, mantenendo intatte tutte le allegorie, è un tripudio di eleganza formale, suggestioni oniriche, umorismo tranciante, godimento per gli occhi e le orecchie, grazie all’apporto fondamentale dei costumi di Giuseppe Santilli, creativo e fantasioso, che popola il palcoscenico di immaginifici animali parlanti capeggiati, nel finale, dalla sposa Regina con la troneggiante acconciatura di un bianco roseto decombente.

Priva di scenografie, la rappresentazione sprigiona divertimento e comicità nell’andirivieni di pennuti e personaggi.

La commedia, scritta nel 414 a.C., è di estrema attualità, essendo i vizi connaturati all’indole umana e, pertanto, immortali. La fuga dei due ateniesi e la fondazione di una città ideale è stata allegoricamente associata alla spedizione in Sicilia nella guerra del Peloponneso di quegli anni, gli uccelli identificati con gli ateniesi e gli dei con i loro nemici spartani. Forse, più semplicemente, Aristofane ha scritto una favola, in cui gli uccelli parlano e sono più saggi degli uomini e, perfino, degli dei.

Trenta gli interpreti, tra attori e danzatori che disegnano le coreografie di Morena De Angelis sulle musiche originali di Massimiliano Pace. Felice Della Corte e Roberto D’Alessandro nel ruolo degli ateniesi sono adeguatamente sprovveduti e comicamente ad effetto nelle battute dall’accentuata cadenza napoletana.

La traduzione e l’adattamento di Luca Giacomozzi prevedono le figure narranti con Silvia Brogi, Giancarlo Fares e Marina Polla De Luca in abito da sera che raccontano l’antefatto, si insinuano tra i personaggi per stigmatizzarne i comportamenti e recitano l’epilogo commentando gli accadimenti dai loro diversi e contrapposti punti di vista, sostenendo le scelte degli uni o degli altri, perché la ragione non sta mai da una parte sola. Nemmeno sull’Olimpo!

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