Lo splendore dei supplizi

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Foto di Luigi Laselva

drammaturgia e regia di Riccardo Spagnulo e Licia Lanera

con Riccardo Spagnulo, Licia Lanera e Mino De Cataldo

luci di Vincent Longuemare

assistente alla regia Arianna Gambaccini

organizzazione Antonella Dipierro

direttore tecnico Amedeo Russi

produzione Fibre Parallele e Colline Torinesi con il sostegno della Regione Puglia e Nuovo Teatro Abeliano

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Fibre Parallele, pluripremiata compagnia pugliese costituitasi nel 2003 e formata da Riccardo Spagnulo e Licia Lanera, è stata in scena al Teatro Area Nord (TAN) di Napoli con Lo splendore dei supplizi, spettacolo coprodotto dal Festival delle Colline Torinesi.

Lo splendore dei supplizi è strutturato in quattro episodi dal titolo La coppia, Il giocatore, La badante e Il vegetariano, quattro “concetti” sociologici e nodi cruciali del mondo attuale.

Ne La coppia un uomo ed una donna sono seduti frontalmente su un divano bianco, posto a centro dell’assito che è perimetrato da una superficie ulteriormente bianca, e bianco è il vestito di lei e nero quello di lui. Essi discutono sul cambiamento del loro rapporto avvenuto a causa della distanza, non si guardano negli occhi, se non di rado. Discutono imponendosi una posizione frontale, esattamente come in una psicoterapia a due, non un confronto, ma un dialogo che procede su binari paralleli, micro-strutture monologanti che si urtano sino a snocciolare verità individuali ma che non portano ad una soluzione condivisa, sicché la storia si frantuma e persino i ricordi dell’uno (la treccia di lei conservata in un cassetto di lui) rimandano dell’altro non immagini intere, ma pezzi, frammenti sensoriali, attraverso sineddochi e sinestesie, percepiti ora come estranei. Tra le ambizioni da ricercatore di fisica di lui e il mondo concreto, fatto di piccoli oggetti di lei s’interpongono beffardamente gli “infiniti mondi” e la costante dell’immobilità nella relazione che esacerba l’incapacità di trovare un punto d’incontro.

Ne Il giocatore invece lo scenario è tutto diverso; un giovane uomo sul letto posto di sghembo è rintanato nella sua stanza insudiciata e scura, una luce angolare in alto a destra verso il fondo dà l’impressione che l’altezza dell’ambiente sia di gran lunga maggiore e, inoltre, delle ombre di una finestra con ringhiere sono proiettate a terra. Il disegno delle luci di Vincent Longuemare imprime in vari punti dello spettacolo lo spettro di una prigione, quale gabbia sociale e psicologica in cui si è inglobati. Questo nullafacente ludopatico che nasconde il cadavere della propria madre per continuare a buscarsi la pensione e che con un pupazzo gioca a fare il ventriloquo, traferendo così la propria coscienza a questa marionetta mediante un monologo che stavolta tenta di essere dialogo, sconta il supplizio dell’abbrutimento progressivo che coincide con il sequestro non solo materiale ma di quanto concerne tutto il proprio essere, i pensieri, la volontà.

Gli altri due episodi hanno una verve più apparentemente scanzonata; ne La badante i ruoli di Spagnulo e Lanera sono invertiti; il primo è la badante extracomunitaria che con i suoi abiti succinti e i molli movimenti si prende cura di un vecchio semiparalitico i cui pensieri sono filtrati attraverso la propria voce registrata che si dipana nello spazio. Un funambolico ragionamento sulla razza italiana destinata a subire un crescente deterioramento con la venuta degli stracomunitari (malaproprismo dialettale del meridione che significativamente risalta con il vestito verde Lega), fa da cornice ai gesti riluttanti della donnina e a quelli dispettosi dello stesso vecchio. La comunicazione verbale è resa inesistente fra due razze e due generazioni, i piccoli gesti paiono essere l’unico approccio possibile. Il supplizio qui è fomentato dalla coesistenza esasperata in un unico spazio di queste due “razze” che si percepiscono come minaccia reciproca.

L’ultimo, Il vegano – ovvero chi si preoccupa più degli animali che del prossimo -, richiama l’esigenza di un capro espiatorio al quale qui parodisticamente gli vengono tirati addosso carne, uova e latte. L’atto, indotto da ossessioni che si ritorcono sulla psiche di due operai, emblema del proletariato del sud odierno, è pervaso da una maniera tragicomica che anche grazie alle musiche è presente in tutto lo spettacolo.

Condizioni umane diverse, dunque, che costituiscono una minuscola campionatura dei “supplizi” psicologici ai quali l’individuo occidentale è sottomesso, sorta di “mentalizzazione” di quella che era la tortura alla quale in tempi passati erano sottoposti nelle pubbliche piazze i criminali o presunti tali, mentre la gente si accalcava per osservare la lenta morte spesso preceduta dalle confessioni. Immancabile, allora, il boia dal capo coperto (Mino De Cataldo) che s’interpone tra narrazione scenica e pubblico, personaggio “bifrontale” che se da un lato determina la conclusione dei singoli “supplizi”- tranne per l’ultimo in cui viene letteralmente risucchiato all’interno della microstoria – dall’altro pare quasi dover disciplinare il nostro sguardo, lo sguardo di chi aderisce ad una pratica specifica – il teatro – quale surrogato di quel voyeurismo sociale che faceva ricadere gli sguardi della massa sulle sequenze delle torture fisiche.

Tutta l’impalcatura di Lo splendore dei supplizi, infatti, basandosi sulla metafora dei patiboli antichi, cela un gioco di riflessi e di verità. Il pubblico che siede in platea esercita inconsciamente una pratica voyeuristica verso un’altra ancora che è quella propriamente del teatro, espressione di un processo doloroso e decostruttivo di verità individuali e collettive. Posto in questo senso, le scritte che richiamano vecchi film danno l’impressione di mettere in evidenza la necessaria finzione e la funzione estetizzante dell’arte; non è però la spettacolarizzazione del vissuto (come vuole il trash al quale siamo tanto abituati) ciò che vediamo in Fibre Parallele, quanto un meccanismo che prende di mira il nostro modo giudicante e la scarsa autoconsapevolezza del contesto che ci appartiene. In sostanza diventiamo voyeuristi non sapendo di esserlo tanto nella vita quanto verso se stessi.

La drammaturgia, calata in una struttura episodica si ma nel contempo lineare, risente del lavoro di periferia e delle prassi laboratori che Licia Lanera, attrice pluripremiata, e del bravissimo Riccardo Spagnulo fanno da anni; dietro la scrittura si evince chiaramente un approccio con le lingue italiana e dialettale e con la relazione delle stesse con la scena assolutamente fruttuosa ma, soprattutto, quale risultato di una pratica che rifugge da una stilizzazione retorica dell’arte che molto spesso rinveniamo in regie ed allestimenti di grandi palcoscenici.

Fibre Parallele ci stavano proprio bene al TAN, una coerenza tra arte e condivisione sociale necessaria e felice come dovrebbe sempre essere il teatro.

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