“Ti regalo la mia morte, Veronika” per la regia di Antonio Latella

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fotoLa sala è ancora illuminata quando lo spettacolo inizia. “Ti regalo la mia morte, Veronika” – scritto da Antonio Latella e Federico Bellini ispirati dal film di Rainer Werner Fassbinder, Veronika Voss, per la regia di Latella in scena Arena del Sole di Bologna – inizia con le luci ancora accese in sala e una richiesta: “Aiutatemi a regalarvi la mia morte”. Attraverso questa supplica, la protagonista inserisce il pubblico nel complesso e complicato meccanismo in scena, dove teatro e cinema s’intersecano, in un groviglio di sensi e significati che sfuggono dalle mani di chi osserva. Perplessi, si assiste allo svolgersi dei fatti cercando di trovare un appiglio, un’emozione, una riflessione che possa germogliare dentro e far dire ne è valsa la pena. Qualcuno forse c’è riuscito, ma con molta fatica e sicuramente a casa, dopo aver scomposto lo spettacolo e averlo pensato, ragionato, ponderato.

Ma torniamo all’inizio. L’attrice Veronika Voss (Monica Piseddu) è in piedi sulla scena, le luci accese. Sullo sfondo un enorme arazzo di pelo bianco, dove saranno proiettate immagini e ombre prima di lei e poi del regista Fassbinder in un gioco di sovrapposizione a cura degli artisti di alTREtracce, una delle cose più interessanti dello spettacolo. Alle sue spalle una fila di sedie in legno stile vecchio cinema-teatro. Il palco è diviso dal binario del carrello di una macchina da presa e, sul proscenio, è proprio una vecchia cinepresa a campeggiare quasi minacciosamente a metà strada tra il pubblico e gli attori in scena.

Si parla di un’attrice tedesca ispirata alla figura di Sybille Schmit, particolarmente nota al tempo del Terzo Reich che vive nell’ossessione di una celebrità ormai svanita, ossessione che la porta a diventare vittima della morfina e prigioniera della sua neurologa, la dottoressa Katz, segregata in una clinica privata. Incapace di vivere al di fuori della scena, di trovare un posto nel mondo “reale”, l’attrice viene risucchiata dal vortice della droga. L’incubo in cui riversa è sublimato in scena attraverso la presenza di sei scimmioni albini che, oltre a riportare subito alla mente topos di film come “2001 odissea nello spazio” e “Il pianeta delle scimmie” (inserendosi alla perfezione nel vortice di citazioni che costella tutto lo spettacolo), dettano non solo la trama e le azioni all’attrice, ma soprattutto la punteggiatura: “con la punteggiatura si fa il montaggio di un pensiero”.

Forte il contrasto tra la voce diafana della protagonista e le voci piene dei gorilla, ampliate dall’uso dei microfoni, un contrasto evidentemente simbolico ma che, a tratti, disturba il pubblico in sala che fatica a entrare in un personaggio troppo introverso, vittima di una lotta interiore che non coinvolge; anche la richiesta di aiuto iniziale non viene poi articolata in una partitura scenica che trascina il pubblico, anzi, al contrario, a un certo punto sembra proprio che si possa fare a meno di noi spettatori, che il teatro stia celebrando il teatro e il cinema in questo vortice “meta” da cui lo spettatore non si sente trasportato.

Il finale checoviano, in cui cambia totalmente la scena e spunta dall’alto un albero di ciliegio, è sicuramente una delle parti più belle dello spettacolo. A ritrovarsi sotto il famoso albero di Checov vi sono tutte le protagoniste dei film di Fassbinder: Maria de Il matrimonio di Maria Braun, Margot di Paura della paura, Emma Küsters de Il viaggio in cielo di Mamma Küsters, la transessuale Elvira di Un anno con tredici lune e la Martha, vittima di un incidente che la condanna alla carrozzella. Tutte le donne amate ma anche odiate dal regista tedesco si ritrovano in questo paradiso dell’arte proprio perché, come ci ricorda il testo canticchiato di Oscar Wild “Ogni uomo uccide ciò che ama”.

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