“Qualcuno volò sul nido del cuculo”, regia di Alessandro Gassman

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Foto di Francesco Squeglia
Foto di Francesco Squeglia

È una trasposizione spazio temporale, oltre che scenica, quella pensata da Alessandro Gassman e Maurizio de Giovanni, per lo spettacolo “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, andato in scena all’Arena del Sole di Bologna. Lo splendido e intramontabile romanzo di Ken Kesey, noto anche nella sua versione cinematografica di Milos Forman, con l’indimenticabile Jack Nicholson nel ruolo del protagonista, subisce, nella messa in scena dell’attore e regista romano, diverse e significative modifiche. La prima e più evidente è la trasposizione delle vicende nell’ospedale psichiatrico di Aversa, nell’anno 1982.

Questo induce a un duplice scarto rispetto all’originale: anzitutto il protagonista è uno scugnizzo napoletano che, per fuggire dal carcere decide di trascorrere un po’ di tempo nell’ospedale psichiatrico. La recitazione, prettamente in dialetto napoletano, dona al personaggio sfumature irriverenti, e un’impertinenza che lo porterà a eludere le rigide regole dell’istituzione. C’è poi da dire che, se nel 1962, anno di uscita del romanzo, gli istituti psichiatrici erano in piena attività e la denuncia era rivolta soprattutto alla gestione di tali istituzioni, oggi, dopo la definitiva chiusura, è necessario interrogarsi sul concetto di follia in senso ampio, sulla fatica di esistere di alcuni individui, e sui danni che questi luoghi hanno arrecato ad alcune persone.

Alessandro Gassman ci ha abituato, nelle sue regie teatrali, ad affrontare temi sociali scottanti, e a sviluppare un senso critico nei confronti di alcuni disagi sociali, siano essi l’immigrazione, gli abusi negli ambienti lavorativi e con quest’ultimo lavoro, il tema della follia, intesa anche come diversità e la coercizione e la perdita d’identità cui si era costretti negli ospedali psichiatrici. Il protagonista McMurphy, diventa Dario Danise – interpretato dal bravissimo Daniele Russo – un piccolo delinquente irriverente, spavaldo e ribelle che spariglia tutte le carte all’interno dell’istituto, capovolge i confini tra malattia e sanità di mente e rimette in discussione le vite di coloro che vi abitano siano essi malati, medici, istitutrici.

Nella drammatizzazione di De Giovanni i pazienti, tutti tranne Danise, scelgono di essere rinchiusi in quel posto, e lo fanno per paura del “fuori”, per la loro incapacità di confrontarsi con la società, con le sue regole e le aspettative. Talmente tanta è l’angoscia di vivere la vita che, pur di evadere da essa, i protagonisti decidono di stare lontani dal mondo, sperando che questo non si accorga di loro, in cambio di qualche piccola mortificazione. Qui la rigida disciplina, cui sono sottoposti da Suor Lucia e dai suoi operatori, è un tacito patto che i malati accettano per non affrontare torture per loro ben peggiori. Emblema di questa paura di vivere è il gigante che, pur essendo un uomo grosso e corpulento, si sente piccolo e inadatto e proprio per questo si chiude totalmente al mondo fingendosi sordomuto. Solo Danise scoprirà la sua vera identità scatenando una serie di conseguenze che porteranno a un tragico finale.

La scelta scenografica dona profondità alla scena grazie all’ideazione di alcuni ambienti che non si vedono se non quando le luci (di Marco Palmieri) li illuminano, dandogli vita. Il contesto è quello freddo, con ambienti grigi e spogli, tipico di un ospedale. In alto ci sono finestre illuminate che appartengono alle stanze degli ammalati cronici, al centro la famigerata stanza della tortura più temuta, l’elettroshock, dove il confine sottile tra punizione e cura si disgrega completamente: “Ti curano punendoti e ti puniscono curandoti” dirà uno dei pazienti.

Di grande effetto è la sequenza finale in cui il gigante buono, dopo aver liberato Denise con la morte dalla vita inerme cui era costretto a seguito della lobotomia subita, fugge dal manicomio e riconquista la libertà. Il velatino posto sul boccascena – molto utilizzato da Gassman nelle sue regie – serve qui a dare tridimensionalità alla scena finale: i vetri che si infrangono irrompono sullo spettatore, così come la figura enorme del gigante che fugge e viene incontro alla platea per riconquistare la sua libertà.

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