Testastorta. Una storia inventata

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fotoTratto da Testastorta – romanzo (tradotto in italiano da Sara Ferrari e pubblicato dalle edizioni Salomone Belforte & C.) frutto della brillante penna di Nava Semel (nata nel 1954 a Jaffa, località marina pochi chilometri a sud di Tel Aviv), una delle più originali, autorevoli e apprezzate scrittrici israeliane contemporanee – lo spettacolo è messo in scena dalla compagnia Chronos3 in occasione della Giornata della Memoria per ricordare in modo vivace, vibrante e avvincente scorci di vita di un periodo in cui fatica di vivere e dolore hanno segnato molto profondamente il quotidiano: lezioni di vita che tuttavia non sono mai state, non sono e forse non saranno sufficienti a estirpare dal mondo il bubbone della persecuzione e della guerra.

La scrittrice israeliana (che non ha nulla a che fare con l’Italia, salvo avere studiato italiano all’università), figlia di genitori sopravvissuti alla Shoah, appartiene dunque alla seconda generazione dell’Olocausto: madre e padre deportati ad Auschwitz al ritorno per parecchio tempo hanno rimosso come altri compagni di sventura i ricordi non volendo renovare dolorem e riesumandoli poi, come in questo caso, spinti dalla figlia che a 26 anni ha svelato le dolorose esperienze vissute dai genitori.

La storia è ambientata in una cascina sperduta di Borgo San Dalmazzo, piccola località del Piemonte, dove durante la seconda guerra mondiale giunge da un orfanotrofio di Torino Tommaso, adottato da una giovane cantante lirica e dalla madre e già segnato da solitudine e incomprensioni che non paiono comporsi tanto che il nostro protagonista non sentendosi compreso dalla nuova famiglia che gli ha appioppato il nomignolo di Testastorta e in alternativa di ‘bugiardo’ ricorre all’immaginazione inventando personaggi e storie consolatorie e dando un proprio corpo a suggestioni non così irreali.

Veramente bravi Alessandro Lussiana e Valeria Perdonò – che impersonano in modo eccellente le varie figure del romanzo differenti per età e ambiente socioculturale dando a ciascuno sfumature e peculiarità ben strutturate – guidati da un regista come Manuel Renga attento a rendere con fine tensione le vari sfumature degli animi e a tratteggiare con pennellare ironiche quello che più che il tradizionale cattivo sembra un superficiale, insensibile e grezzo ufficiale tedesco peraltro sensibile al fascino di Maddalena, giovane di tempra e dai numerosi segreti.

Verità nascoste e disvelate dal dipanarsi della storia osservata spesso con gli occhi del bimbo, su cui gravano misteri più grandi di lui, dotato di un sentire sviluppato come solo la sofferenza può dare anche a chi è in tenera età, di una buona capacità intuitiva nonché di una straordinaria fantasia che gli permette di rendere vivi micro oggetti del quotidiano trasformandoli in simboli di storie meravigliose: qualità che possono anche lenire le sofferenze e il dolore altrui.

Semplice e scarna la scena, metafora delle privazioni causate da una guerra che rende tutti poveri economicamente, ma integri nella libertà di soggiacere o di opporsi pur con una necessaria prudenza che non è sottomissione: una pièce che ha il potere di attrarre e coinvolgere senza pesare come il macigno dei problemi trattati e raccontati con chiarezza adamantina tanto che possono essere sentiti da ciascuno in modo diverso anche grazie all’ausilio di una musica che consola e lenisce le sofferenze e le ferite così come può fare nascere l’amore.

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