L’uomo perfetto

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fotoCommedia di Mauro Graiani e Riccardo Irrera

(10 marzo 2016)

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Sesso, magistrale preparato galenico contro la depressione da aggiungere ai servizi sanitari gratuiti della ASL.

Una donna, che alla ricerca dell’uomo perfetto accumula un certo numero di “conoscenze” maschili, non è considerata sfortunata ma…

E poi è inutile cercare, perché l’uomo perfetto non esiste.

Tanto vale allora comprarsi un robot, che, programmato tramite pulsanti e ricaricato attraverso una presa elettrica, esegue gli ordini senza protestare e senza pretendere, ti serve e non vuol essere servito e non ti abbandona mai.

È ciò che fanno due sorelle sulla quarantina, l’una un’attricetta bella svampita smaniosa e sgrammaticata sull’orlo del suicidio, l’altra una persona pratica razionale e acculturata, entrambe incuriosite dalla pubblicità letta su un giornale.

Su ordinazione arriva quindi un grosso pacco con due manichini da montare, uno nero e uno bianco, con tre teste, una nera e due bianche.

fotoTrovata la combinazione giusta del robot bianco, lo stendono per terra dietro il divano per vestirlo e …oplà…si alza un robot a dimensioni umane, che comincia a muoversi e a parlare naturalmente a scatti.

L’attricetta si proclama sua padrona e lui diventa il suo uomo tutto fare, servitore, domestico, accompagnatore ad ogni ora del giorno e della notte, senza nulla chiedere in cambio, perché ovviamente non mangia, non dorme, non si lava, essendo di plastica (anche se ad un certo punto l’attricetta dice, e non so perché, che lui ha un cuore di latta e braccia metalliche).

La sua verosimiglianza umana sia alla vista che al tatto è sconvolgente, ma manca qualcosa: la “parte bassa” è completamente piatta.

Dopo varie disquisizioni delle due sorelle sul come fare per dotare il robot di una protesi, è proprio la tecnologia a produrre il miracolo. Facendo zapping col telecomando, il robot s’imbatte in un film porno e una nuova parola entra nel suo vocabolario: SESSO, che lui subito programma e la “protesi” s’innesca da sola, lasciando le due sorelle a bocca aperta e non solo.

Dopo una notte di sesso sfrenato l’attricetta riacquista l’euforia e tutti i pensieri negativi sfumano grazie a questo collaudato preparato galenico.

Ma un altro impedimento scombina l’equilibrio della casa: il robot, tecnicamente privo di un’anima, comincia ad avere dei sentimenti, a sentire il bisogno della mamma e anche lui entra in depressione portando nel baratro anche la sorella più saggia, ormai entrata in sintonia con quest’essere meccanico che disquisiva anche di filosofia.

fotoNon è difficile immaginare quante situazioni esilaranti scaturiscano da questo plot, e non è difficile immaginare cosa succeda in palcoscenico con due attrici come Milena Miconi ed Emanuela Aureli, affiancate da un bel ragazzo come Thomas Santu.

La prima parte è incentrata sulla presentazione caricaturale delle due sorelle: Milena Miconi, una bella rossa, alta, ben fatta, gambe lunghe e tornite, mostra le sue grazie indossando gli abiti spumeggianti o succinti dell’attricetta sognante e a volte esaltata, enfatizza il personaggio con atteggiamenti da sciantosa con recitazione brillante e padronanza scenica, suscita ilarità storpiando le parole come Frassica, che sua sorella prontamente corregge, e il divertimento aumenta perché la sorella è Emanuela Aureli, la nota imitatrice, che, come attrice, pur non avendo una voce teatrale, s’impone per la naturalezza della recitazione e della gestualità, la tenuta della scena e l’immediatezza dell’espressività, ha attirato ovviamente applausi a scena aperta nelle tre imitazioni (della Venier, della Carlucci e della Pravo) inserite ad hoc nella pièce. Ne avremmo gradite delle altre, perché nell’arte dell’imitazione l’Aureli è unica e ne avrebbe guadagnato anche lo spettacolo.

La seconda parte, giocata tutta sull’esibizionismo erotico del robot con conseguente effetto positivo sull’umore di tutti, è un susseguirsi di esilaranti colpi di scena, con effusioni amorose e nudità più suggerite che viste, magistrale l’idea registica di far aprire di scatto al robot l’asciugamano che lo avvolgeva per mostrare le sue doti maschili alle signorine, peccato per noi che lo abbia fatto di spalle … ah ah ah! perché Thomas Santu è proprio un bellissimo giovanotto, aitante e vigoroso, ma è anche un bravissimo attore, che ha stupito per la naturalezza con cui ha eseguito la deambulazione a scatti, la sillabazione staccata delle parole, la gestualità meccanica del robot sia nella modalità casalinga sia nella modalità “homo eroticus”.

Ogni azione e ogni parola son servite per far riferimenti anche all’attualità e per creare ilarità. Quindi la ricarica del robot si fa tramite una presa messa nel di dietro, le attrici ricevono il premio quando interpretano parti mute, il sesso favorisce il buonumore quindi si poteva aggiungere una battuta sulla prescrizione medica di tale rimedio.

Considerato il target della pièce, io mi sarei tenuta eslusivamente sul versante comico-ironico, senza tentativi moraleggianti, come si fa invece nella terza parte col ritorno all’introspezione e quindi alla depressione perfino del robot (peraltro scientificamente impossibile). Ogni spettatore, ridendo, sarebbe giunto alla conclusione che l’uomo perfetto non esiste, neanche se lo si costruisce.

Esilarante e coinvolgente la regia di Diego Ruiz, bella ed elegante l’ambientazione, un salotto da bambola, realizzato da Mauro Paradiso, molto belli e adeguati i costumi di Martina Cristofari, perfette le luci di Giuseppe Magagnini. Uno spettacolo da vedere e da rivedere.

Teatro pieno di Pergolesi con l’aggiunta di alcuni Laurentini.

Prima dello spettacolo ricco buffet per tutti.

 

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