Corpo a corpo di linguaggio vivo e incarnato da Claudia Castellucci e Chiara Guidi

Andato in scena all’ex Chiesa di San Mattia di Bologna il 16 marzo 2018

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Foto di Luca Ghedini

Le due co-fondatrici della storica compagnia cesenate Socìetas Raffaello Sanzio portano in scena un “duello” serrato e pienamente vissuto in un luogo molto suggestivo, l’ex Chiesa di San Mattia di Bologna, cornice ideale voluta da Xing e dal Polo Museale dell’Emilia Romagna.

Il regno profondo. Perché sei qui? è una lettura drammatica a due voci giocata interamente lungo tutto il suo corso su più livelli di senso, di drammaturgia, di visione. Come spesso accade negli spettacoli della Socìetas, più tematiche e scorci simbolici si intrecciano rivelandosi lentamente ma mai del tutto agli occhi degli spettatori che assistono attenti al dialogo serrato tra le due.

Cosa faccio qui? rappresenta la terza parte di questo duetto fortemente voluto e ricercato dalle due, sviluppato dopo i primi due lavori La vita delle vite e Dialogo degli schiavi. La modalità è la stessa: Claudia e Chiara non rappresentano personaggi, ma sono esse stesse figure di pensiero incarnato che si interrogano su domande elementari, semplici, derivate dalla vita di tutti i giorni e arricchite poi dei grandi interrogativi esistenziali dell’essere umano.

In scena il nulla a parte loro: l’attenzione è tutta rivolta al senso delle parole, al mistero insito nella drammaturgia elaborata da Claudia Castellucci alla quale Chiara Guidi ha dato corpo tramite la direzione vocale.

Nel bel mezzo di questa sorta di oblio che spiazza, scatena a tratti risate e a tratti tristezza, le musiche create da Scott Gibbons, storico collaboratore della compagnia e da Giuseppe Ielasi, traspongono la visione alla quale si assiste in un’altra dimensione ancora, donando stratificazione di forte intensità alla performance. Fondamentale per l’assetto performativo in questo senso è poi la regia vocale della Guidi, una vera e propria partitura ritmica e melodica fra le due attrici, perfettamente incastrate l’una sull’altra come un’unica voce, un unico corpo, un unico ed enorme interrogativo che ingloba il tutto.

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