La domanda della Regina

Andato in scena al Teatro India di Roma

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Foto di Fulvio Rubesa

Il mondo si è interrogato sulla crisi finanziaria dell’ultimo decennio. E anche la Regina Elisabetta, avendo perso 18 milioni di sterline a seguito del crollo della Lehman Brothers nel 2008, rivolse la domanda “Why did nobody notice it?” (Come mai nessuno si è accorto di tutto ciò?) alla London School of Economics. Il gotha della finanza dopo nove mesi rispose di non aver considerato il sistema nella sua interezza e le interazioni fra le parti. La risposta, quindi, riguardava la complessità.

Proprio la complessità è il fil rouge che lega la conversazione tra un affermato professore e Dario, pubblicista e trainer in una palestra che ha appena perso tutti i risparmi in borsa.

Il testo è scritto a quattro mani da Guido Chiarotti, fisico e imprenditore e dal drammaturgo Giuseppe Manfridi, per il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia. L’uno ha studiato il comportamento della materia e i mercati dei beni alimentari, l’altro è autore teatrale cultore della parola, affabulatore dotto, abile nell’introspezione dell’universo emotivo. La sinergia fra scienziato e scrittore ci regala un dialogo avvincente e serrato sulla difficoltà delle geometrie umane sospese fra timori e aspettative, che possono essere governate con i principi che regolano il complesso mondo di economia e finanza.

Dario pone quesiti, l’accademico risponde ricorrendo a citazioni scientifiche e letterarie su ogni aspetto della vita, perfino sull’amore, con l’obiettivo di fornire un escamotage che consenta di vivere serenamente “consapevoli che il nostro giudizio individuale non vale nulla, cerchiamo di ricorrere al giudizio del mondo che forse è meglio informato. Così si fissa il prezzo di un’azione in borsa o il tasso di interesse: cercando di indovinare la direzione della folla, mentre siamo smarriti in mezzo a quella stessa folla che noi stessi siamo”.

Agli estremi di una lunga tavola alla fine di una cena dopo l’inaugurazione di una libreria, fumando una sigaretta i due iniziano un confronto e scoprono che il cellulare dimenticato sotto un tovagliolo appartiene a una conoscenza comune, Anna amica d’infanzia di Dario e Lisa allieva del professore, cioè Annalisa.

La parola esplica i suoi incantamenti, intorno al concetto di “complesso”, ben diverso da “complicato”. Il disegno “anatra o coniglio?” del filosofo Wittgenstein significa che possono esserci diversi punti di vista; le “sliding doors” indicano che una cosa avviene perché non ne avviene un’altra e “siamo ciò che siamo perché non siamo stati ciò che avremmo potuto essere”. E ancora la teoria di Darwin, gli studi di Alan Turing, la scuola keynesiana, gli errori degli economisti Reinardt e Rogoff sul debito pubblico, lo stato d’animo di chi attende una vincita al totocalcio essendo l’essere umano incline a scommettere e rischiare, stigmatizzando che otto individui sono più ricchi di metà degli abitanti della terra.

Nel suo manifesto della complessità il fisico premio Nobel Phil Anderson conferma la validità del principio aristotelico che il tutto è più della somma delle parti. La complessità delle interazioni difficili da prevedere, come testimonia l’effetto farfalla di Lorentz, si stempera nella supremazia della poesia sulla scienza, in uno spettacolo di avvincente leggerezza, in cui l’aspetto più misterioso è il rapporto uomo-donna.

Matematica, economia e finanza normalmente sono temi ostici, ma le pillole che il professore ammannisce sono comprensibili e affascinanti, soprattutto dopo l’arrivo di Annalisa che gli dà man forte mentre lancia subliminali messaggi amorosi a Dario.

Francesco Migliaccio, Emanuele Fortunati ed Ester Galassi sono i protagonisti, ben calibrati nei tempi scenici.

La regia di Piero Maccarinelli, ambientando il colloquio intorno alla tavola priva di commensali, gli dà il carattere di leggerezza di una amichevole conversazione post-prandiale.

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