Il misantropo

In scena fino al 15 aprile 2018 al Teatro Fabbricone, Prato

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di Molière
regia e adattamento MONICA CONTI
con (in ordine alfabetico) Stefano Braschi, Monica Conti, Flaminia Cuzzoli, Angelica Leo, Davide Lorino, Stefania Medri, Antonio Giuseppe Peligra, Nicola Stravalaci, Roberto Trifirò
scene Andrea Anselmini 
disegno luci Cesare Agoni
costumi Roberta Vacchetta
aiuto regia Carlotta Viscovo, Jacopo Angelini

produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale

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In scena al Teatro Fabbricone di Prato “Il Misantropo” di Molière scritto nel 1666, ma attualissimo nel proporre l’irriducibile dilemma di Alceste, il protagonista, che da un lato si mostra irreprensibile nei confronti degli uomini, persino del suo migliore amico, nel pretendere integrità e fermezza nell’esprimere sinceramente il proprio pensiero per poi essere, con la stessa irreprensibilità, indulgente verso Celimène, la sua amata, che incarna tutti i vizi che lui aborrisce.

La regia di Monica Conti è riuscita a cogliere con semplicità tutta la forza umana dei personaggi, ciascuno rappresentando con vivida precisione i tipici modelli caratteriali che fanno parte della nostra società, se non ancor di più, della nostra umanità: dal potente Oronte che si pavoneggia tra falsa modestia e ancor più false lusinghe per richiedere un giudizio sul suo sonetto al critico Alceste, per poi non accettarle e usare il proprio potere contro, a suo parere, l’ingiusta critica ricevuta; i marchesi che amano spettegolare lasciando che sia Celimène a raccontare maldicenze, beandosi di tanto ciarlare; la finta amicizia di Arsinoè nei confronti di Celimène, che si rivela in tutta la sua invidia, e l’ingenuità di Eliante, lasciano trasparire quanta pochezza e solitudine ci sia in ciascun personaggio.

Si credono tutti amici, tra finte lodi e ostentato affetto, per poi rivelare di non apprezzare realmente Alceste e Celimène, l’uno l’opposto dell’altro. Entrambi amati e ammirati, ma contemporaneamente invidiati e disprezzati.

La scenografia geometrica permette di percepire questa dicotomia tra Alceste e Celimène, tra Alceste e la società, e con il suo migliore amico Filinte che tenta di dimostrargli come si può vivere in tranquillità tra relazioni corrotte. Due panche dividono la scena, unendosi, spostandosi e allontanandosi quasi seguissero il movimento presente nell’intensità dei dialoghi. Monica Conti accompagna al pianoforte i capricci dei personaggi con disinteresse, consapevole della vanità che le sta intorno. Mentre l’impalcatura fatiscente che fa da sfondo racconta la pochezza nascosta nell’umanità che il protagonista tenta disperatamente di rifuggire.

I dialoghi sono incalzanti, rapidi nel loro incedere come a dover rincorrere la velocità nel dare giudizi; vizi e virtù di un’epoca passata e presente sono raccontati in un abbigliamento senza un’identità temporale precisa, se non per Alceste e Celimène che incarnano la contemporaneità e tutto lo spettacolo ci proietta in una piccola società imperitura che svela il cuore delle relazioni umane uguali in ogni epoca.

Magistrale l’interpretazione di ciascun attore che è riuscito a trasfigurarsi perfettamente nel proprio personaggio riuscendo a rendere concreta, quasi tangibile, la natura umana descritta da Molière in tutto il suo disincanto.

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