Teatro dell’Opera di Roma, “Le nozze di Figaro” con la modernità di Graham Vick

Un allestimento moderno e provocatorio della seconda delle opere della trilogia mozartiana chiude la stagione del Costanzi di Roma

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Le nozze di Figaro
Foto di Yasuko Kageyama

Che il mondo pre-Rivoluzione Francese sia sostanzialmente poco cambiato rispetto alla società moderna, ancora divisa fra servi e padroni sembra chiaro: o almeno lo è ne Le nozze di Figaro di Mozart andate in scena fino a pochi giorni fa al Teatro dellOpera di Roma con la regia di Graham Vick, approdato alla seconda rilettura della trilogia dellamore dopo il Così fan tutte dello scorso anno.

Il regista inglese in effetti prende subito posizione rendendo chiaro fin dall’inizio il suo punto di vista collocando nella frenetica Ouverture uno stuolo di domestiche in divisa impegnate a lustrare immensi pavimenti a scacchi, mostrando domestiche atterrite che scappano dalle molestie, qui resi come veri e propri stupri.

Differenze di classe fra servi e padroni e abusi all’ordine del giorno sono le chiavi lettura di Vick per queste Nozze romane annunciate come un allestimento moderno con costumi moderni ma senza essere attualizzato.

Le persone in scena siamo noiaveva dichiarato Vick riflettendo sulla freschezza e lattualità del testo che continua a parlare di abusi del potere: che quotidianamente vengono perpetrati sulle persone”.

Nell’ottica della modernità, il Conte e la Contessa appaiono in scena rigorosamente in abiti moderni (dopo due Nozze nel Settecento già affrontate da Vick) diventano esponenti della upper class internazionale che si muove agilmente fra tappeti di (poveri) animali trucidati, (vedi l’orso), maxi divani immacolati, eleganti pigiami di raso bianco, serviti costantemente da uno stuolo di domestici in divisa simbolo di ricchezza tutta da ostentare.

Certo Vick non si risparmia e reinventa, non senza provocare, molti dei personaggi delle Nozze a tratti stravolgendo po’ tutto: e così Figaro e Susanna diventano domestici in divisa, Bartolo un azzimato signore con il completo, Basilio un gaudente omosex biondo platino con camicia coloratissima, Cherubino, un ragazzo efebico con occhiali da nerd e lunghi capelli.

Dopo l’ouverture, primo e secondo atto sono all’insegna della teatralità pura che Vick riesce a gestire e ad esaltare dando il meglio di sé: la commedia è sagace, ma frizzante, i tempi sostenuti, a tratti velocissimi, del direttore d’orchestra Stefano Montanari sul podio dell’orchestra del Teatro dell’Opera, si legano al meglio con la vivacità della drammaturgia. Non mancano equivoci o invenzioni teatrali delle porte agevolati dalla qualità dei movimenti scenici. movimenti scenici con qualche momento un po’ provocatorio come quando Cherubini in slip che si avventa sulla Contessa con bel poco ritegno.

A mantenere alta l’attenzione su un capolavoro di teatro musicale con i recitati chiari e molto curati, centrali per lo svolgimento dell’azione, è un cast (se ne alternano due) con voci sempre all’altezza del ruolo e immedesimazione nel personaggio molto convincente, al totale servizio del regista.

Il Figaro, composto, ma deciso del bravissimo Vito Priante, è molto convincente, il Conte di Almaviva di Andrey Zhilikhovsky è sempre autorevole, la giunonica Contessa di Federica Lombardi è toccante, freschissima l’interpretazione della Susanna di Elena Sancho Pereg, particolarmente apprezzato il sessualmente confuso, ma famelico Cherubino di Miriam Albano.

A partire dal terzo atto, Vick sembra virare verso un approccio ancora più personale facendo muovere i personaggi fra le zampe alzate di un enorme elefante che li minaccia come a schiacciarli (simbolo del potere? Della prepotenza?).

Ma è il quarto atto il più simbolico e forse anche il più provocatorio e confuso nell’allestimento di Vick. L’azione viene spostata dal boschetto alle zampe dell’elefante (scene e costumi di Samal Blak) dove vengono abbandonate donne nude molestate, ora abbandonate sulle sedie, ora sulle carriole, se non appese alla parete e magari abitate inermi dal primo passante concretizzazione fin troppo esplicita degli abusi.

Un immagine quasi disturbante che contrasta con la magnifica, drammatica leggerezza del quarto atto mozartiano e che stranamente appare forse il più debole da un punto di vista teatrale. Tutto appare fin troppo illuminato e i personaggi sembrano vagare senza una ragione precisa fingendo di non vedere nulla (al di là della convenzione teatrale) quando invece dovrebbe essere l’atto degli equivoci per eccellenza. Un allestimento moderno e a tratti molto audace quello di Vick e che desta qualche perplessità dal pubblico che non può fare a meno di apprezzare la celestiale musica di Mozart e un grande cast.

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