“Il Barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini. Regia di Federico Grazzini e direzione d’orchestra di Federico Santi

In scena al Teatro Comunale di Bologna fino al 28 marzo 2019

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Il Barbiere di SivigliaDebutta a Bologna una nuova produzione tutta italiana del Barbiere di Siviglia, in scena al Teatro Comunale fino al 28 marzo per poi essere portata in tournée in Giappone, a giugno, insieme al Rigoletto firmato da Pizzech. L’allestimento dell’opera di Gioacchino Rossini, interamente prodotto dal Comunale di Bologna, vede la firma del giovane regista italiano Federico Grazzini che, alla sua prima collaborazione con il teatro felsineo, è riuscito a sviluppare una messa in scena fresca e divertente, nella quale si è espressa al massimo delle sue potenzialità la venatura comica della comédie, regalando grande ilarità e godimento, sia dal punto di vista musicale e canoro sia nella scelta dei costumi e della messa in scena.

Tutti conoscono il capolavoro buffo in due atti di Rossini su libretto di Cesare Sterbini, tratto dalla commedia omonima di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, che vede l’anziano medico Bartolo alle prese con la giovane e ricca Rosina, della quale è tutore ma che desidera ardentemente sposare, oltre che per la sua beltà anche per il suo patrimonio. Tuttavia, a mettere i bastoni tra le ruote al tutore ci pensa il Conte d’Almaviva che è segretamente innamorato della bellissima Rosina e chiede aiuto a Figaro, barbiere e factotum (tuttofare) della città, per aiutarlo a conquistare il cuore della ragazza, alla quale ha dichiarato il suo amore con una serenata, ma senza rivelarle chi realmente lui sia. Da questo presupposto si sviluppa la commedia degli equivoci che porta i protagonisti a un crescendo di malintesi e sotterfugi fino all’epilogo finale nel quale Rosina scopre che il suo innamorato è il Conte (cosa tenutale segreta) e i due amanti riescono a coronare il loro sogno.

Alla riuscita di quest’allestimento, che ha avuto grande successo di pubblico ed è stato accolto con calore ed entusiasmo, sono intercorsi diversi fattori. Anzitutto il cast, formato da una compagine di specialisti rossiniani sia di vecchia sia di nuova generazione capitanati da Antonino Siragusa che, nelle vesti del Conte d’Almaviva, riesce a convincere grazie anche alla confidenza con la partitura e alla complicità con il Figaro di Roberto De Candia con il quale si scandiscono alla perfezione i tempi comici: una coppia collaudata che già nel 2001 calcò il palco proprio con gli stessi ruoli. Molto accattivante anche l’interpretazione di Marco Filippo Romano nel ruolo di Bartolo, con la sua possanza vocale e fisica dimostra di essere un ottimo interprete dei personaggi antagonisti un po’ buffi tracciati da Rossini. Persino il Basilio di Andrea Concetti è in grado di catturare l’attenzione del pubblico grazie al suo atteggiarsi, sia attraverso il trucco sia con il corpo, un po’ viscido e al bel timbro, soprattutto nei bassi. La protagonista femminile è invece affidata a Cecilia Molinari che riesce a tratteggiare una Rosina incisiva e pittoresca. Rossiniana di nuova generazione l’attrice, che si è formata a Pesaro, patria natia del compositore, è in grado di dare risalto al personaggio grazie alla plasticità della sua voce grave e al buon fraseggio, che riesce a essere elastico nelle variazioni con diligenza e accuratezza. Oltre ad essere un’ottima cantante si è rivelata anche una buona attrice, in grado di dare al personaggio quella dose di sfrontatezza e altezzosità che accentuano maggiormente l’intento comico.

Anche la messa in scena ha avuto un preciso intento e, il suo assemblarsi e disgregarsi a scena aperta, ha avuto un palese intento, proprio come racconta il regista Federico Grazzini: “un aspetto fondamentale della nostra lettura è quello metateatrale. Nell’opera di Rossini esistono troppi riferimenti metateatrali per essere ignorati, basti pensare a quante volte è citata dai personaggi l’opera stessa: L’inutil precauzione.” Ed è proprio questo il messaggio che emerge forte e chiaro: siamo dentro un gioco teatrale e lo sveliamo fin da subito, aprendo il sipario con la scena vuota. Solo dopo il preludio, infatti, si compone con i pannelli di cartapesta che formano la casa di Rosina.

Altro elemento di nota sono i bellissimi costumi di Stefania Scaraggi che catapultano i personaggi nell’immaginario contemporaneo a Rossini, l’Ottocento inteso come “età della borghesia” e che qui viene ripreso proprio perché come dice il regista “appropriato alle situazioni e alle vicende dell’opera”.

La direzione d’orchestra, affidata a Federico Santi, è convincente seppur priva di guizzi che ci si aspetterebbero in un’opera ricca di colpi di scena e nella quale, un pizzico di follia, sarebbe stato sicuramente l’elemento per dare dinamica e uno schizzo creativo all’orchestrazione.

Il pubblico comunque esce dalla sala divertito e si ha la piacevole sensazione di aver passato una bella serata.

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