Intervista a Fiamma Negri

Ecco una bella intervista a Fiamma Negri, attrice, autrice, formatrice presso LiiT (Lega Italiana Improvvisazione Teatrale) e Presidente della compagnia teatrale Fa.R.M. (Fabbrica dei Racconti e della Memoria). Intervista a cura di Isabella Cerchiai

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Fiamma Negri
Fiamma Negri in scena durante la replica di “Eisbolè” a Riace in Festival. Foto di Valeria Fioranti

Ecco una bella intervista a Fiamma Negri, attrice, autrice, formatrice presso LiiT (Lega Italiana Improvvisazione Teatrale) e Presidente della compagnia teatrale Fa.R.M. (Fabbrica dei Racconti e della Memoria).

Intervista a cura di Isabella Cerchiai

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– Come è nata la tua passione per il teatro?

È stato un percorso quasi ovvio: a teatro andavo spesso, mia madre mi portava a teatro, insieme guardavamo il teatro in tv rigorosamente in bianco e nero. Eduardo, ad esempio, un ricordo indelebile. E poi quando è arrivata l’autonomia ho continuato da sola: avevo 13 anni e facevo la fila all’alba (sì, la fila!), prima della scuola per prendere i biglietti scontati per i miei compagni, diciamo che loro non erano proprio appassionati… però a me servivano per dire ai miei che non ero sola!

E poi c’è stato il colpo di fulmine: a maggio con le giornate lunghe andavamo al Rondò di Bacco, teatro piccolo ma straordinario. Una rassegna di teatro di ricerca con alcuni spettacoli straordinari, “La Cimice” Majakovskij nella versione potente di Carlo Cecchi mi ha aperto un mondo.

Ma ancora ero solo una spettatrice giovane ma attenta, senza ambizioni di salire sul palco, poi il caso ha fatto tutto: studiavo francese al Grenoble e c’era un corso di musica, mi iscrissi perché avevo cominciato a studiare canto e il corso fu accorpato a quello di teatro. E succede che si incontrano i maestri come Urbano Sabatelli… Tre anni di laboratorio, recensioni gratificanti, notti insonni perché durante il giorno studiavo scienze politiche e lavoravo nei week end. E poi capisci che non può essere un hobby: studiare, mettersi alla prova, ci vuole concentrazione.

Come diceva un mio amico attore “siamo arrivati al punto di non ritorno”, che sembra una minaccia ma è semplicemente una scelta di vita.

– Perché hai scelto di dedicarti all’improvvisazione teatrale?

Ancora il caso: alcuni amici attori dopo aver visto un Match di Improvvisazione Teatrale all’estero mi avevano invitato ad uno stage (era il 1988) tenuto da Michel Lopez (Francia). Io dissi “siete matti, non è per me, ho bisogno del testo, sono un’attrice drammatica…”. Non capivo, non avevo mai visto quello spettacolo come molti di noi, però qualcosa mi diceva che dovevo mettermi alla prova. C’era qualcosa di irresistibile, qualcosa che aveva a che fare non solo con la tecnica teatrale ma con l’approccio al teatro: la consapevolezza poi che questo mestiere ha un senso se ogni volta rischi un po’, se ti metti in gioco e non dai niente per scontato. Perché alla fine il grande privilegio che abbiamo è quello di avere sempre la possibilità di realizzare un progetto, un sogno.

E poi c’era un lavoro sulla comicità che avevo iniziato da un po’ e che mi piaceva moltissimo, lavoravo in coppia con Roberta Pinzauti. Una comicità surreale, una parte di me che porto sempre dentro.

Nel 1989 nasceva la LiiT – Lega Italiana Improvvisazione Teatrale, e con gli altri seguimmo tanti workshop in Italia e all’estero e la nascita della compagnia. In tutto questo avevo ancora dubbi, punto interrogativi non risolti; nel ’92 partecipammo ai mondiali di Improvvisazione in Canada, ero lì anche grazie al il mio francese ottimo! E successe una cosa, un clic: ero in scena con il “papà” dei Match Robert Gravel un attore e autore straordinario, mentre improvvisava con me lo guardavo e tutto diventò semplice: cosa stavo facendo, perché, dove volevo arrivare. Succede.

Capita anche ai miei allievi, dopo un anno di lavoro, dopo lo spettacolo dicono “Ecco perché facevamo gli esercizi!”. Ognuno hai suoi tempi. Ognuno deve acquisire consapevolezza, metabolizzare la tecnica. Un clic.

– Quali sono le differenze tra uno spettacolo di improvvisazione e uno di prosa?

Questa è una vecchia questione. Quando portammo i Match in Italia, ci sembrava una gran cosa, all’estero erano diffusi e noi eravamo i pionieri! Ma non fu così semplice. In quel periodo vivevo a Roma e mi feci il giro di scuole e Accademie: mi guardarono con compassione e non se ne fece di nulla. Il fatto che gli spettacoli di improvvisazione pura fossero soprattutto comici, per alcuni dava una dignità minore, eravamo i “ragazzi dell’improvvisazione” anche quando ragazzi non eravamo più da un pezzo! Ma sapevamo che il nostro invece era un lavoro importante.

In realtà questa metodologia viene da lontano: basta dire Stanislavskij, Strasberg, Stella Adler, tutta la scuola francese, ed è evidente di cosa stiamo parlando. È come se il paese della Commedia dell’Arte avesse un vuoto di memoria. Fatto sta che adesso nelle scuole si insegna improvvisazione. Ovunque.

Ovviamente il metodo ha tante possibilità: se devo costruire un personaggio il mio percorso è lo stesso, che debba lavorare su Shakespeare o debba fare uno spettacolo di improvvisazione pura. Ovviamente sono spettacoli con caratteristiche diverse, con “regole” di costruzione diverse.

Per me adesso è uno strumento di lavoro indispensabile, sia quando costruisco i miei spettacoli, sia quando lavoro con gli allievi: un approccio alla scena che non è mentale che ti fa entrare DENTRO il testo, DENTRO il personaggio, poi ci lavori e lo “pulisci”, affini i dettagli, approfondisci, ma non sei mai un esecutore, c’è sempre un pezzetto di te. E credo anche che per un professionista avere la possibilità periodicamente di improvvisare sia un modo per ritrovare freschezza: un approccio istintivo e molto libero che rende originali anche i testi classici.

Nel tempo ho sviluppato, integrandola, quella parte della metodologia che mi permette di lavorare sulle relazioni fra gli attori/personaggi, sul personaggio come ricerca sul corpo e le emozioni, su quella parte del testo (scritto o improvvisato non fa differenza per me) che non vediamo ma c’è. E che, ci permette di dare forza non solo alle parole, ma anche ai silenzi, alle pause. Le parole vengono dopo.

– Come nasce la tua compagnia teatrale e quali sono i progetti che stai portando in scena?

Come dicevo la LiiT nasce nel 1989 e ne ho condiviso la direzione artistica con Francesco Burroni, Bruno Cortini e Daniela Morozzi fino al 2001 quando i Match presero una strada autonoma. Attualmente ci sono centinaia di persone in Italia che fanno improvvisazione, tantissimi e ovviamente non li conosco tutti.

La LiiT attualmente è confluita in Fa.R.M. (Fabbrica dei Racconti e della Memoria) compagnia teatrale: ho voluto fortemente che la LiiT con la sua storia artistica e di ricerca continuasse a gestire la formazione e ricerca teatrale di Fa.R.M.

E, infatti, col laboratorio avanzato stiamo lavorando su una sit-com improvvisata “Scuola Murphy” che approfondisce tutti i temi della “long form” (improvvisazione lunga): il montaggio delle scene, la caratterizzazione dei personaggi, la comicità di situazione. È un lavoro molto complesso e mette insieme molte competenze. La sit-com improvvisata è già stata sperimentata con successo dalla LiiT con “Legami & Legumi” che aveva girato molto. Io curo la regia e il training formativo, devo dire che un po’ li invidio quando sono in scena! Prossima replica di “Scuola Murphy” il 29 marzo a NEWSTAZ (Via Attavante 5, Firenze) seguiranno appuntamenti mensili fino a giugno. Su www.liit.it tutti gli appuntamenti.

La LiiT negli anni ha sviluppato anche una lunga esperienza nella formazione aziendale.

Fa.R.M. è la mia compagnia attuale, io sono il presidente e all’interno convivono molte professionalità: è nata dall’incontro fra me e Giusi Salis che è un’autrice che ha tutt’altro tipo di percorso ma con la quale abbiamo condiviso da subito la passione per i temi sociali trattati anche con ironia: spiazzare per colpire. Devo dire che anche quando faccio l’attrice “seria” non dimentico mai questo lato sornione che mi aiuta ad approfondire con leggerezza

Tutti i nostri progetti sono sul sito https://fabbricaraccontimemoria.wordpress.com/, i nostri progetti sono frutto di un lavoro condiviso Marino Giuseppe Sanchi (attore e regista), Stefano Bartoli (musicista), Caterina Zaccaria (responsabile video e grafica).

Attualmente giriamo con Eisbolè (www.eisbole.it), uno spettacolo che, a partire dalla collaborazione con l’Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo (pubblicazione periodica curata da giornalisti di guerra e inviati speciali), racconta il perché delle migrazioni attraverso le storie di tre donne che interpreto e da una narrazione fatta da Giusi Salis. Ci interessano le partenze e non solo gli arrivi, ci interessa capire e far capire attraverso l’emozione.

L’altro spettacolo “Il cielo in bianco e nero” (di cui curo regia e sono autrice con Giusi Salis) è il racconto dello sbarco sulla luna attraverso gli occhi di un bambino. Stupore, ironia, per raccontare il mondo, quel mondo.

Dei nostri spettacoli esistono versioni in forma di “story telling”: una forma narrativa che permette di avvicinare le persone in spazi non necessariamente teatrali

– Quali sono i requisiti per chi si vuole avvicinare al mondo dell’improvvisazione teatrale?

Questo è un percorso adatto a tutti, sicuramente ci sono persone che hanno talento, ma non basta. Nel tempo ho visto che il lavoro costante, la disponibilità e la motivazione profonda possono fare miracoli, riservare sorprese: un privilegio per me.

E credo che questa sia la risposta ad una percezione diffusa che vede l’arte legata al DNA e quindi al caso; si perde così il valore della formazione, della competenza. È una visione distorta che, in questo paese ha portato a dare poco valore al lavoro, tanto più nei mestieri artistici: in Italia siamo tutti, santi, navigatori, pizzaioli, cuochi, suonatori, così perché si nasce col talento a prescindere.

Qualcuno nasce col talento, qualcuno no, ma se ci stai, se ti metti in gioco, se sei disposto a beccarti anche qualche frustrazione, alla fine il risultato arriva ed è una cosa straordinaria: l’espressione di chi si stupisce di quello che riesce ad ottenere è una gratificazione enorme. Ci vuole tempo, ci vuole rispetto per gli “allievi”, ognuno arriva al momento di svolta quando riesce a metabolizzare la tecnica a farla sua. La cosa bella è che durante le lezioni si può, anzi si deve sbagliare per capire dove è il limite. E questo è uno “spazio di libertà” straordinario.

Quindi tutti possono intraprendere questo percorso: fa bene all’anima, perché si mettono in gioco corpo, emozioni, relazioni, creatività, capacità di comunicazione.

La comicità fa parte di tutto il percorso formativo: una comicità di situazione che nasce dalla costruzione delle storie. Un primo anno di improvvisazione e lavoro sul personaggio e, in genere al secondo, in parallelo, un lavoro sulla scrittura. La consapevolezza dei meccanismi della scrittura sono indispensabili per un lavoro sull’attore, anche se questo attore non scriverà in futuro.

E poi la capacità di vedere, di essere visionari: è straordinario il cambiamento nello sguardo di un allievo quando entra davvero nella storia, ecco lì è il punto di svolta magico. Uno sguardo percepibile che cambia definitivamente il suo modo di agire il palco.

E, infine, un’attenzione al pubblico come parte del processo creativo: “ma il pubblico mi sta seguendo?” che non vuol dire essere schiavi del pubblico e non osare mai, ma non essere concentrati su se stessi e farsi cambiare dalla situazione che stiamo vivendo.

La nostra sede è a Firenze, presso NEWSTAZ, ma dall’anno prossimo avremo anche una nuova collaborazione con l’Associazione culturale Factory Lab, un spazio multiculturale che si trova all’interno di Ex-Macelli Officina Giovani a Prato. È una residenza artistica, un luogo di formazione e una palestra di allenamento per attori professionisti.

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