La città a teatro

Una ricerca, una mostra, un sito e un volume racconteranno la vita nei palchi della Scala dal 1778 al 1920

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La città a teatro
Foto di Giovanni Hanninen

Il Teatro alla Scala si è unito al Conservatorio G. Verdi di Milano e alla Biblioteca Nazionale Braidense nella realizzazione di uno studio su “I palchi e i palchettisti del Teatro alla Scala (1778-1920)”. La ricerca, coordinata per il Teatro da Franco Pulcini, è stata condotta da studenti e diplomati del Conservatorio selezionati mediante un bando per borse di ricerca, con il controllo scientifico di Pinuccia Carrer, Docente di Discipline musicologiche dell’Istituto, di Antonio Schilirò quale ideatore del progetto ed esperto esterno e di Massimo Gentili Tedeschi per la Biblioteca Braidense.

Nello stesso tempo il Teatro annuncia un importante intervento sui palchi per migliorare l’acustica della sala. Su sollecitazione dagli stessi membri dell’orchestra e sulla base dei risultati di una ricerca svolta da Jürgen Reinhold dello studio Müller-BBM di Monaco, saranno rimosse le imbottiture dalle pareti, la cui tappezzeria sarà applicata direttamente al cartongesso sottostante, e modificate le imbottiture dei poggiagomiti. I lavori avranno inizio la prossima estate, in occasione della chiusura del Teatro, e riguarderanno in questa prima fase tutti i palchi del 1° ordine per poi proseguire nei due anni successivi con gli altri ordini. Con questo nuovo intervento, basato su nuovi studi e sull’esperienza maturata negli anni successivi alla ristrutturazione, la Scala prosegue una serie di modifiche alla struttura tendenti ad avvicinare sempre di più l’acustica a un livello ottimale.

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La ricerca e il database

Lo studio presenta una precisa ricostruzione, anno per anno, del variare delle proprietà dei 155 palchi della Scala dalla costruzione del Teatro fino alla costituzione dell’Ente Autonomo che segna i passaggio dalla proprietà privata alla gestione pubblica ed è stato ordinato, in collaborazione con l’Ufficio Ricerca Fondi Musicali della Biblioteca Braidense, in un database che permette di risalire ai dati sulla proprietà attraverso ricerche per anno, per palco e per nome, con rimandi a pubblicazioni, notizie storiche sulle famiglie e supporti iconografici. Per ciascuno dei 155 palchi è stata redatta una scheda contenente la storia della proprietà, arricchita dai profili di 1325 palchettisti e da ipotesi o conferme di frequentazioni illustri e aneddoti (si allegano a titolo esemplificativo le schede relative ai palchi n° 17 dell’ordine 1 a sinistra e n° 5 dell’ordine 1 a destra). Il database permetterà a studiosi e appassionati di accedere a una preziosa documentazione ma sarà anche l’occasione per gli abbonati e tutto il pubblico per scoprire la storia dei posti che occupano, e per alcuni eredi anche della propria famiglia.

Il percorso di pubblicazione dei dati raccolti prevede tre tappe fondamentali.

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La mostra

Il 7 novembre si inaugura la mostra “Nei palchi della Scala – Storie milanesi” a cura di Pier Luigi Pizzi con la consulenza scientifica di Franco Pulcini. Ricca di contenuti storici (oltre al patrimonio dell’Archivio del Teatro e del Museo ci si avvarrà della collaborazione di altre prestigiose istituzioni culturali e archivi milanesi tra cui l’Archivio Storico Ricordi che fornirà tra l’altro la documentazione relativa alle richieste di Verdi per alcuni posti in palco per la prima di Otello) e di pregiati documenti iconografici, l’esposizione si svilupperà attraverso ritratti, fotografie, abiti e ricostruzioni di ambienti partendo dal Ridotto dei Palchi per proseguire sui due piani del Museo. Naturale prosecuzione della mostra “La magnifica fabbrica” a cura di Fulvio Irace e Pierluigi Panza, visitabile al Museo Teatrale fino al 30 settembre e dedicata allo sviluppo architettonico del Teatro da Giuseppe Piermarini all’intervento di Mario Botta, “Nei palchi della Scala” indaga gli aspetti sociali e anche umani del Teatro come centro della vita cittadina, spingendosi a raccontare fasti e curiosità dell’epoca successiva alla costituzione dell’Ente Autonomo fino agli anni ’60. Il percorso espositivo sarà completato da un documentario a cura di Francesca Molteni.

La mostra sarà realizzata con il sostegno dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani e de La Cimbali e MUMAC, Museo della macchina per caffè di Gruppo Cimbali.

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Il sito

In secondo luogo il percorso della mostra includerà tre postazioni su cui i visitatori potranno consultare un nuovo sito web che si presenterà come una vera e propria mappa digitale del Teatro che renderà disponibili tutte le informazioni della Ricerca ordinata nel database. Il sito sarà online e consultabile dal pubblico dal 7 dicembre 2019.

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Il volume

La terza e ultima tappa prevede la pubblicazione di un nuovo importante volume sul Teatro alla Scala edito dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani che riunirà i materiali raccolti per le due mostre “La magnifica fabbrica – 240 anni del Teatro alla Scala da Piermarini a Botta” e “Nei palchi della Scala – Storie milanesi”. Il volume includerà un nuovo servizio fotografico sul Teatro alla Scala, che sarà già parzialmente utilizzato nella mostra sui palchi, realizzato da Giovanni Hänninen.

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Un Teatro e il suo pubblico

In ogni rappresentazione dal vivo, il pubblico è parte integrante dello spettacolo. E non solo perché ne determina il successo o l’insuccesso e stimola gli esecutori all’espressione artistica, specie in un teatro reattivo come La Scala. Ogni palco della Scala è sempre stato un palcoscenico in miniatura in cui la buona società faceva mostra di sé. Palco e palcoscenico, l’etimologia è la stessa, e dai documenti dell’epoca si scopre che i palchi degli ordini più bassi e più vicini al boccascena erano i più ambiti e richiesti, perché erano quelli in cui “si era visti” meglio, divenendo quasi parte integrante dello spettacolo.

La Scala è un cosiddetto “teatro all’italiana”, suddiviso in platea e palchi, che trasformano il teatro in un condominio di minuscoli salotti, un alveare di piccole stanze con una finestra sulla sala e sul palcoscenico, in cui ci si può mostrare, ma anche nascondersi, o addirittura spiare senza essere visti. Non tutti i posti in palco garantiscono una visibilità completa ma l’assiduità della frequentazione del teatro nell’Ottocento era tale che la rappresentazione era solo uno degli elementi che attiravano il pubblico. All’opera si andava per ascoltare la musica, poter incontrare amici e conoscenti, talvolta per giocare, ma anche per conoscere persone nuove, combinare affari, e in qualche caso ordire intrighi amorosi e politici: in origine la Lumiera, il grande lampadario centrale, venne fatta montare dalle autorità austriache proprio per controllare le frequentazioni pericolose e i gruppi di carbonari. Due palchi in particolare potevano destare i sospetti, il n° 14 II ord. sin. e il n° 5 I ord. des.) rispettivamente proprietà dei Porro Lambertenghi e dei Confalonieri, presumibilmente frequentati da Silvio Pellico, Piero Maroncelli e forse Giovanni Berchet. Alcuni palchi hanno mantenuto indenne dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale un arredamento personalizzato in cui l’elemento principale è lo specchio, che permetteva di spiare gli occupanti degli altri palchi senza essere osservati, oltre a svolgere la normale funzione di controllo delle pettinature e delle toilettes.

Come ideale prosecuzione del salotto aristocratico, il palco aveva un arredamento proprio con stemmi nobiliari, scelto dalle famiglie che ne erano proprietarie. Fin dal 1778 la proprietà della Scala era delle famiglie milanesi che consideravano una conferma del proprio prestigio essere nell’elenco dei palchettisti, come avere una tomba di famiglia al Cimitero Monumentale, un palazzo in città e una villa sul lago. Nel corso dell’Ottocento la fisionomia dell’insieme dei proprietari muta, insieme alla classe dirigente della città. La nuova borghesia milanese si era arricchita grazie alla produzione della seta e allo sviluppo rilevante dell’industria tessile. Un caso, fra molti è il citato palco Confalonieri (n° 5 I ord. des.), tramite un matrimonio con la vedova dell’industriale della seta Giovanni Battista Gavazzi. Riscoprire la storia dei palchi significa quindi non soltanto approfondire la conoscenza del nostro Teatro ma anche ripercorrere le trasformazioni sociali, economiche e del costume della città di Milano, della quale la Scala è rimasta specchio e punto di riferimento dalla fondazione fino ad oggi.

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Palco n° 17, I ordine, settore sinistro

Il palco dei due Umberti: Re Umberto I e Umberto Giordano.

Il palco presenta tre grandi famiglie di proprietari nell’arco di circa centotrent’anni. Inizialmente furono i Castelbarco ad acquistare la postazione nel primo ordine, detenendone il possesso fino all’Unità d’Italia. Nella storia di famiglia, tante le notizie e gli aneddoti che ci rivelano una intensa passione per la musica e per le arti; basterà citare che alla fine del Seicento sono di loro possesso quattro Stradivari, tre violini (1685, 1699 e 1714, quest’ultimo poi trasformato in viola dal liutaio Jean-Baptiste Vuillaume) e un violoncello datato 1697; Francesca Simonetta (1731-1796), prima intestataria del palco e moglie del cugino Cesare Ercole Castelbarco Visconti Simonetta (1730-1755), fu ispiratrice del venerando Abate Parini. Nel periodo napoleonico il palco appartenne sempre alla casa Castelbarco per essere acquisito in eredità, nel 1813, dal nipote di Francesca, Cesare Pompeo (1782-1860), figlio del marchese Carlo Ercole e di Maria Litta Visconti Arese, donna bellissima e coltissima. Nella sua lunga vita, Cesare Pompeo amò le lettere e l’arte, comprò quadri, oggetti antichi e libri rari; scrisse una gran quantità di lavori letterari, da sonetti a tragedie, si dedicò alla pittura e alla musica e fu, oltre che abile violinista e prolifico compositore, collezionista di strumenti ad arco.

Il palco rimase proprietà di Cesare Pompeo fino alla morte; compare infatti la dicitura “eredi” per l’anno 1861, allorché il palco passò probabilmente al nipote Cesare di Castelbarco Albani (1834-1890).

Dal 1862 il palco ebbe proprietari d’eccezione, divenendo patrimonio privato di Vittorio Emanuele II, primo Re d’Italia (1861-1878. e poi di Umberto I, che lo lasciò nel 1893. Entra qui in scena non più un nobile, ma un imprenditore, Giuseppe Spatz proprietario e gestore dell’Hotel Et de Milan, unico albergo dotato di posta e telegrafo, in Via Manzoni, allora Corsia del Giardino; qui visse negli ultimi anni e morì Giuseppe Verdi il 27 gennaio 1901; il Commendatore Spatz donò successivamente gli abiti del compositore a “Casa Verdi”. I cappelli hanno l´etichetta della Cappelleria Antonio Ponzone di Milano (Fornitore della Casa Reale) mentre la cappelliera reca in evidenza il celebre marchio della fabbrica Borsalino.

Spatz acquistò nel 1909, anno della sua morte, Villa “Fedora”, così denominata per onorare il genero, Umberto Giordano, marito della figlia Olga Spatz-Wurms (dal nome della madre, nobildonna russa Caterina Wurms): entrambi ereditarano il palco n° 17. Olga e Umberto Giordano si erano sposati nel 1896, a coronamento di una giovanile e duratura passione; durante la luna di miele, gli sposi desiderarono rendere omaggio a chi non era stato estraneo alla loro storia d’amore, recandosi a Genova dal “vecchio maestro” Giuseppe Verdi.

(Creusa Suardi)

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Palco n° 5, I ordine, settore destro

Il palco dei patrioti

La storia del palco n° 5 del I ordine destro corre parallela a quella del suo vicino, il palco n° 4, con un primo comune proprietario: Vitaliano Bigli (1731-1804), ultimo discendente della casata, uno dei tre Cavalieri Delegati designati a trattare a nome della Società dei Palchettisti con l’arciduca Ferdinando, il conte Firmian e il regio architetto Giuseppe Piermarini la costruzione dei due nuovi teatri, La Scala e la Canobbiana. Il conte Vitaliano, coniugato con la contessa Claudia Clerici, fu proprietario del Palazzo Bigli di via Borgonuovo 20, quello stesso palazzo che, acquistato dalla discussa contessa Giulia Samoyloff, già amante dello zar Nicola I e del compositore Giovanni Pacini, divenne centro della mondanità milanese, ospitando balli in maschera per migliaia di invitati: tra i più famosi, Franz Liszt.

Nel periodo francese (1809) e ancora nel 1813 il palco risulta registrato a nome della contessa Anna Confalonieri, sorella di Vitaliano Bigli e sposa di Eugenio Confalonieri Strattmann, prima di passare in eredità nel 1827 al figlio Vitaliano Confalonieri Strattmann, padre del più noto Federico Confalonieri (1785-1846), patriota del partito degli “Italici puri”. Federico si ricorda come uno dei più tenaci avversari del dominio napoleonico e sostenitore dell’indipendenza lombarda dall’Impero austro-ungarico. Fondatore con Giovanni Berchet, Silvio Pellico e Luigi Porro Lambertenghi del periodico Conciliatore, fu coinvolto nei moti del 1820-21, insieme a Piero Maroncelli e Pellico e condannato a morte, pena commutata nella prigionia a vita da scontare nel carcere dello Spielberg, e deportato a New York. Il teatro divenne, in quegli anni patriottici, “il salotto dei cospiratori”.

Alla morte di Vitaliano (1760-1840), il palco passò in eredità ai due figli Federico, figlio di Antonia Casnedi, che lo tenne sino al 1844, e al fratellastro conte Luigi Confalonieri Strattmann (1805-1885), figlio di secondo letto, nato dal matrimonio di Vitaliano con Maria Litta Modignani, che lo tenne sino al 1858. Nel 1859 venne acquistato dal Cavaliere Ambrogio Uboldi di Villareggio, banchiere e collezionista d’arte e di armi, oltre che filologo. Socio onorario di diverse accademie, come quella di Santa Cecilia, fu consigliere, tra le tante, dell’Accademia di Brera e Cavaliere del Santo Sepolcro. Come altri milanesi, si spese in opere di beneficienza, addirittura donando la propria signorile villa al comune di Cernusco sul Naviglio per allestirvi l’ospedale ancor oggi attivo e a lui intitolato.

Per qualche anno, dal 1869 al 1872, ad Uboldo subentrò Emilia Tebaldi, vedova di Antonio Ravizza, mentre dal 1873 il palco fu posseduto dalla marchesa Giuseppina Arborio di Gattinara (1820-1902), di antica nobiltà piemontese, coniugata nel 1850 con il conte Vittorio Barattieri di San Pietro (1819-1883), liberale, agguerrito generale dell’esercito sabaudo durante la terza guerra d’indipendenza. Nel feudo di San Pietro in Cerro, ancor oggi, numerose sono le testimonianze legate ai Barattieri: oltre al Castello, passato al FAI, anche l’Osteria, denominata Cà Giuseppina, in un edificio restaurato sul finire dell’Ottocento in stile neogotico, dotato di un cortile con loggiato e bifore, destinato ad ospitare la marchesa Giuseppina. La loro figlia Amalia (1858-1925) sposa nel 1887 Carlo Oltrona Visconti (1853-1925); sono forse loro gli eredi di Giuseppina morta nel 1902, ma il palco risulta giacente in eredità sino al 1920, quando compare proprietario il conte Visconti Barattieri Oltrona; è Luigi, primogenito della coppia. La costituzione dell’Ente autonomo Teatro alla Scala segna in quell’anno la fine della proprietà privata dei palchi.

(Maria Grazia Campisi)

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