Il Sol Levante del balletto

Quattro giorni d’ospitalità per la compagnia nipponica al Teatro alla Scala di Milano

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The Tokio Ballet
Foto di Kiyonori Hasegawa

Dopo nove anni dall’ultima alzata di sipario e a più di trenta dalla prima storica collaborazione, correva l’anno 1986, per la prima volta finiscono in cartellone il The Tokio Ballet e l’Orchestra della Scala, l’Accademia in questo caso.

Compagine dal valore internazionale per il duplice ruolo di importatore del repertorio classico europeo e esportatore del repertorio giapponese in Europa, il The Tokio Ballet ha scelto un particolare biglietto da visita per il ritorno scaligero e per inaugurare il loro periodo di residenza alla Scala.

Tre balletti a rappresentare un ideale trittico sulla storia della danza del secolo scorso, dal tardo-romanticismo di Serenade di Cajkovskij, seppur mediato dalla visione più moderna di Balanchine, all’oltraggiosa Sagra della Primavera di Stravinskij, nella coreografia di Béjart, passando per la contemporaneità storica del duo Takemitsu-Kylián per Dreamtime.

Il primo balletto, su coreografia di Balanchine, è una summa di estetica e bellezza in cui le prime lezioni in America del coreografo sono messe in scena così da dimostrare la naturalezza e la quotidianità della bellezza, generata da qualsiasi avvenimento.

Una sublimazione del bello, unico protagonista di quattro quadri privi di scene, con costumi monocromatici, che è da considerarsi punto di partenza per tutte le coreografie dello scorso secolo ed è di continua ispirazione tutt’ora.

Qui la compagine nipponica si è distinta non solo per una pulizia nei movimenti ottimale ma anche per una compartecipazione fra i protagonisti arrivata all’apoteosi nella riproposizione dell’Amore e Psiche del Canova durante il terzetto prima del finale.

Dreamtime prevede solo cinque ballerini in scena in un drastico cambio di colori del precedente balletto. Il seppiato e l’ocra che avvolge la scena volge in una ambientazione più urbana, meno idilliaca e più terrena.

Raramente eseguito in Italia nonostante sia in repertorio da diversi anni, in Dreamtime la danza si fa più flessuosa in contrapposizione con una musica più percussiva, a richiamare il modo di vivere aborigeno da cui prende spunto la composizione di Takemitsu.

Drastico il cambio dalla delicatezza dei primi due balletti alla forza esplosiva della Sagra della Primavera. Se il primo quadro è terreno esclusivamente della compagine maschile, dal secondo quadro l’ingresso femminile porta il balletto a levigarsi e ad aggraziarsi fino al conclusivo congiungimento dei due Eletti (maschile e femminile) in un rituale di fecondità.

Un messaggio positivo, differente dall’originale sacrificio mortale dell’Eletta a beneficio dell’arrivo sperato della primavera.

Spicca il sapiente uso di una compagnia foltissima di elementi sempre dall’unico respiro in cui le simmetrie e le linee tracciate ben si intersecano con i ritmi delle pagine stravinskiane. Una esaltazione geometrica che ottimamente bilancia l’estetica di Balanchine della prima parte e di cui Dreamtime è l’ideale trait d’union.

Ottima prova anche in questo caso dei ballerini della compagnia capaci di catturare costantemente l’attenzione, elemento necessario data la basilarità o la totale assenza di trama delle tre parti del trittico.

Ad accompagnare la compagnia ospite i giovani dell’Accademia del Teatro alla Scala, diretti da Paul Murphy. Tolto il balletto su musica di Takemitsu purtroppo avvenuto tramite nastro registrato (a mio avviso un peccato ma giustificabile dalla mole di prove ulteriori che si sarebbe resa necessaria), gli orchestrali si sono dovuti confrontare con due brani di repertorio diametralmente opposti e di non facile esecuzione.

Conscio che alcuni dei ragazzi si trovassero di fronte alla Sagra per la prima volta, il direttore ha prediletto una sicura esecuzione che non interferisse con il balletto più che pretendere qualcosa di personale nell’interpretazione. Non intellegibile la scelta di mantenere la disposizione del dittico Puccini-Salieri in questi giorni in Scala, dando così fin troppo risalto agli ottoni e ai timpani a discapito delle sezioni sotto numerate di archi. Il risultato è una Sagra fin troppo tribale, di sicuro aiuto per i ballerini ma meno per il pubblico molto vicino alla buca d’orchestra.

Nella serenata di Cajkovskij, l’orchestra, un poco più a proprio agio, si è lasciata a qualche maggiore slancio interpretativo di stampo romantico ma evidentemente frenata nelle intenzioni non solo dalla giustificata scelta del direttore di non esagerare il protagonismo orchestrale ma anche dalla necessaria preparazione (fisica ma soprattutto psicologica) per il lavoro di Stravinskij.

Una prova comunque buona per ragazzi che mai avevano affrontato il balletto (per lo meno quello di questa stagione) e da cui sicuramente ne sono usciti accresciuti, quello che un’accademia deve trasmettere.

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Giovedì 11 luglio, Teatro alla Scala, Milano

Serenade

Coreografo | George Balanchine

Musica | P. I. Čajkovskij

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Dreatime

Coreografo | Jiří Kylián

Musica | Tōru Takemitsu

***

Le Sacre du Printemps

Coreografo | Maurice Béjart

Musica | I. F. Stravinskij

The Tokio Ballet

Direttore | Paul Murphy

Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala

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