Fronte del porto

Andato in scena al Teatro della Pergola, Firenze

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Fronte del porto
Foto di Mario Spada

di Budd Schulberg

traduzione e adattamento Enrico Ianniello

con Daniele Russo, Emanuele Maria Basso, Antimo Casertano, Antonio D’Avino, Sergio Del Prete, Francesca De Nicolais, Vincenzo Esposito, Ernesto Lama, Daniele Marino, Biagio Musella, Pierluigi Tortora, Bruno Tràmice

scene Alessandro Gassmann

costumi Mariano Tufano

luci Marco Palmieri

videografie Marco Schiavoni

musiche Pivio e Aldo De Scalzi

sound designer Alessio Foglia

aiuto regia Emanuele Maria Basso

uno spettacolo di Alessandro Gassmann

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

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Fu un’inchiesta giornalistica che dette lo spunto a Budd Schulberg per scrivere On the Waterfront, opera che gli valse l’Oscar alla miglior sceneggiatura nel 1955. Il film, diretto da Elia Kazan e con protagonista Marlon Brando, si aggiudicò altre sette statuette. È stato poi oggetto di un adattamento teatrale a cura di Steven Berkoff, su cui si basa Fronte del porto.

Nella versione prodotta dalla Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, adattata e tradotta da Enrico Iannello per la regia di Alessandro Gassmann, ci spostiamo dagli stati Uniti degli anni Cinquanta alla Napoli degli anni Ottanta. Questa nuova ambientazione si avvicina a noi nel tempo e nello spazio, attualizzando una tematica che è una costante nel presente e nella storia, ma variabile a seconda dell’epoca e della latitudine.

Un gruppo di portuari il cui lavoro – e dunque la vita – dipende dalla camorra è scosso dall’ennesimo episodio di violenza e troverà la forza di reagire nelle parole di una giovane ragazza e di un risoluto prete che viene da fuori. Apparentemente ingenui e con scarso senso della realtà, i due sono capaci di stupirsi di una situazione ormai incancrenita, alla quale sono esterni, seppur coinvolti negli affetti. Il loro distacco, la loro determinazione permettono una lucidità che risveglia le coscienze dei lavoratori, che spezza la catena di legami familiari e clientelari di cui la mafia si nutre.

Il termine Waterfront significa lungomare, ma è formato dall’accostamento delle parole acqua e fronte, che anche in inglese ha l’accezione di schiera militare, prima linea. Le battaglie di oggi, a Napoli come nel resto del mondo, non si combattono più in campo aperto, le prepotenze sono vestite da normali rapporti di lavoro e il nemico più forte, invece di mettersi alla guida di un esercito, si nasconde dietro una struttura gerarchica che tutti conoscono ma nessuno nomina.

I nuovi fronti di battaglia sono i veri protagonisti del testo, in tutte le sue versioni.

Daniele Russo, diretto ancora una volta da Alessandro Gassmann dopo Qualcuno volò sul nido del cuculo, è un protagonista meno statuario e hollywoodiano di Brando, riesce a dare al personaggio più umanità e verosimiglianza, in linea con la volontà espressa dal regista di “cercare sempre di riscostruire mondi credibili, nella convinzione che ora come non mai il teatro debba essere arte popolare, di difficile esecuzione ma di semplice fruizione”. E tutto nella messinscena va in questa direzione: la caratterizzazione dei 12 attori, il dialetto napoletano, la musica, le scenografie ingombranti e perfette che ricreano le diverse ambientazioni. Niente da invidiare alla resa cinematografica, grazie anche alle videografie che ne riproducono, quand’è necessario, lo stile.

Un’opera di realismo e di costume, che affronta il tema della sopraffazione con la chiarezza di un piglio deciso e la fluidità di un ritmo sostenuto.

Prepotenza, omertà, amore, solidarietà sono delineate dai rapporti tra i personaggi in modo naturale, spontaneo, senza sterili definizioni né stucchevoli moralismi, con la sola forza rovente di una storia che racconta altre mille storie.

Dopo le prima due repliche alla Pergola, Fronte del porto è costretto a fermarsi, a seguito delle disposizioni governative degli ultimi giorni. Speriamo che in futuro il gruppo di lavoro possa tornare a esibirsi, a Firenze e non solo, per debellare col suo vivido linguaggio teatrale l’epidemia di individualismo e indifferenza che contagiano il mondo da tempi ben più remoti del virus.

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