Erica Trinchera e Fabio Facchini, due “Dubliners” tra iNuovi

Intervista a due protagonisti dello spettacolo che avrebbe dovuto aprire la stagione della Pergola a Firenze

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Foto di Filippo Manzini

Due giovani attori del nucleo originario de iNuovi, tra i protagonisti di The Dubliners con la regia di Giancarlo Sepe. Lo spettacolo è stato ancora una volta rimandato per l’emergenza sanitaria Covid a pochi giorni dal debutto al Teatro della Pergola di Firenze, ma ho avuto la fortuna di assistere alle prove.

Erica e Fabio, entrambi lombardi, arrivano nel capoluogo toscano per studiare e lavorare da attori. Da artisti migranti, riflettono sul legame con la propria terra e l’attaccamento ai propri sogni, come i dublinesi di Joyce. Ma rivoluzionano il finale.

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Foto di Filippo Manzini

Dopo aver gestito il Niccolini, aver lavorato in autonomia e con diversi registi, è arrivata l’esperienza con la compagnia del Teatro La Comunità e Giancarlo Sepe. Com’è stato lavorare con lui a The Dubliners?

Fabio Lo spettacolo era ben rodato per lui, aveva già diretto diverse repliche con altri cast, quindi noi siamo arrivati quando il testo aveva già una struttura teatrale. Abbiamo letto il libro, ne abbiamo discusso insieme, abbiamo guardato la messinscena precedente, però Giancarlo ci ha sempre chiesto di metterci l’anima, essere noi stessi, mostrare quella peculiarità attoriale individuale che poi entra all’interno della scena corale. La stessa scena fatta da due attori diversi non è mai uguale e ho apprezzato molto quanto lui tenesse alle nostre proposte, anche quando magari mettevano in discussione una sua indicazione iniziale. Ognuno si è sentito libero di reinterpretare il personaggio.

Erica Il teatro di Giancarlo ha il suo motore nell’attore, è da lui che nasce la scena, perciò ha voluto che ognuno di noi tirasse fuori il proprio vissuto, il proprio bagaglio di emozioni. È un tipo di spettacolo molto faticoso: oltre a essere fisico, a porre un accento particolare sui movimenti, è anche molto incentrato sulle emozioni che i personaggi provano.

Foto di Filippo Manzini

Lo spettacolo è tratto da due racconti inclusi in Gente di Dublino di James Joyce: The Dead (I Morti) e The Ivy Day (Il giorno dell’edera), ma ci sono anche personaggi che provengono da altri racconti, come Eveline

Erica Ci siamo ispirati a tutta l’atmosfera di Dubliners ed essendo quindici attori abbiamo preso spunto dai personaggi dell’intero testo, mettendo in scena quello che più ci aveva colpito. Lo spettacolo è corale, spesso non ci sono nemmeno dei ruoli ben definiti, la vera protagonista è l’atmosfera che percorre tutto il libro di Joyce. Il fulcro è il fallimento, più che la trama di questo o quel racconto: i personaggi rimangono troppo legati a quello che già conoscono senza avere il coraggio di cambiare la loro vita.

Fabio È anche una scelta che rispetta il testo, dove spesso, a livello drammaturgico, ci sono delle sospensioni, mai una vera conclusione. Le storie arrivano all’apice dello sviluppo e si interrompono. La volontà è quella di raccontare l’atmosfera, l’anima di una città – che poi si fa specchio del mondo – in cui le persone non agiscono, rimangono sempre in quella che oggi chiameremmo “comfort zone”. Eveline in questo è emblematica: vuole partire col suo grande amore, sogna un futuro diverso, ma alla fine rimane attaccata alla banchina e non parte.

Altri, invece, partono…

Fabio C’è chi parte, ma quando torna viene visto in maniera non del tutto positiva: anche quelli che ci sono riusciti, hanno avuto successo, non sono considerati emancipati, anzi c’è sempre una venatura di critica. È un po’ la figura dell’apolide, che sento molto personale. Io me ne sono andato da casa, da Vigevano, nove anni fa per studiare e lavorare, ci torno saltuariamente durante l’anno. Come spiega bene Erri De Luca nel libro Napolide, una volta che te ne vai non sei più cittadino di dove sei nato e non sei nemmeno cittadino di dove sei andato. Anche in Gente di Dublino chi se n’è andato, quando ritorna, ha in qualche modo tradito, non ha avuto la forza di rimanere.

Erica Per noi attori l’esperienza di lasciare la terra d’origine è molto comune e l’analogia con Gente di Dublino diventa inevitabile. Per me un momento molto commovente dello spettacolo è il finale, il saluto a Dublino con i morti che vengono chiamati a lasciarla di nuovo. È un’immagine che mi tocca molto perché, anche quando te ne vai da casa, un pezzo del tuo cuore resta lì.

Quindi in qualche modo, anche i dublinesi che partono restano ancorati alla città.

Erica È come se ci fosse sempre un’eco nella mente dei personaggi, che gli ricorda le origini, la famiglia, tutto quello in cui sono cresciuti, dove hanno vissuto. Quest’eco non permette di andare avanti: per quanto loro vogliano provare a fuggire da realtà misere, ad avere una vita migliore, c’è sempre qualcosa che li fa tornare indietro, che li fa mollare, rimanere inermi.

Fabio Su questo la scelta registica è chiara fin dalla scena iniziale: noi siamo tutti distesi, come morti, intorno a un tavolo pieno di fiori. Iniziamo a muoverci, quasi in una rinascita, ed è come se i dublinesi avessero una seconda opportunità per riscattarsi, per combattere quest’eco di cui parlava Erica. Invece non ce la fanno neanche stavolta. È terribile.

Foto di Marco Borrelli

Per i vostri spettacoli si parla spesso di coralità, eppure The Dubliners è completamente diverso da Il Quartiere, solo per citare il più recente.

Erica La coralità dei Dubliners è un magma, una comunità legata dall’origine e poi dal fallimento. Ma, anche essendo magma, rimangono sempre comunque personaggi soli, delle individualità che stanno insieme. Nel Quartiere i personaggi erano tutti amici, solidali l’uno con l’altro, mentre in Joyce ognuno è solo nella propria miserabilità, i personaggi sono miseramente soli in una comunità. Ognun per sé. È uno spettacolo corale, ma ricco di individui.

Fabio E questo rispecchia anche il lavoro di Giancarlo sugli attori, che viaggia su tre diversi binari: l’individuo all’interno del gruppo; il rispetto della natura del testo, che se in Pratolini spinge in direzione della solidarietà tra personaggi, in Joyce riflette invece la disgregazione di una comunità; e poi un aspetto che a noi è mancato, a causa delle normative sanitarie, cioè l’improvvisazione, la creazione spontanea tra gli attori.

Com’è recitare in inglese?

Erica Non così difficile come avrei pensato all’inizio. Ero molto preoccupata, ma per fortuna man mano che andavamo avanti con le prove ci siamo sciolti.

Fabio Per me è stato molto interessante, perché la lingua straniera ti permette di lavorare in maniera differente. Le parole non sono quelle che mastichi tutti i giorni, non hanno quel valore che gli attribuisci solitamente, sono quasi vuote di significato, ed è molto stimolante cercare di riempire questi suoni vuoti, imparati a memoria, con un pensiero che ti scorre in testa, con concetti che ti appartengono anche molto profondamente.

Foto di Alessandro Pensini

Lo spettacolo è molto incentrato sull’azione scenica, sul movimento. Questo accento, unito all’uso della lingua straniera, non rischia di sacrificare il parlato?

Fabio No, perché l’attenzione non è tanto sul movimento in quanto tale, ma sul motore che lo provoca, lo stesso che determina anche le battute. A Giancarlo interessa la fisicità dell’attore, l’anima, la pancia, non a livello coreografico. Il suo approccio, fin dall’inizio del lavoro fatto insieme, tende a tenere la parola e il gesto sullo stesso piano. Siamo partiti dal corpo, legando i movimenti a delle sinfonie di Britten; questo mi ha portato a un ascolto della musica che, personalmente, non ho mai avuto. Il corpo si fa lente di ingrandimento della parola, esplodono uno dentro all’altra.

Erica Ci muoviamo su una partitura musicale, ma non è teatro danza. Spesso è la musica a fornire gli input di movimento, ma allo stesso input ognuno di noi reagisce in maniera diversa, e diversa ogni volta che lo sente. Non è seguire passi predefiniti come fa un ballerino, ma fare un movimento perché si sente la necessità di farlo. Anche la parola è importantissima e forse proprio perché rara e in una lingua diversa, l’attenzione nel pronunciarla è alle stelle.

A proposito di input, qual è stato quello che vi ha convinto a diventare attori?

Erica A 18 anni vidi a Crema uno spettacolo della compagnia milanese A.T.I.R. che si chiamava Di a da in con su per tra fra Shakespeare ed era costruito con vari spezzoni dei loro spettacoli di Shakespeare. Quando ho visto Arianna Scommegna fare la nutrice di Romeo e Giulietta, ho capito che avrei voluto fare l’attrice. All’inizio mio padre era contrario alla mia scelta, adesso fa teatro anche lui.

Fabio Una sera – avrò avuto 6 o 7 anni – ero a casa coi miei e in tv e c’era Mrs Doubtfire con Robin Williams. All’inizio del film lui fa il doppiatore di cartoni animati e io, incuriosito, chiesi a mia mamma se esistesse davvero quel lavoro, come si chiamasse e decisi che da grande l’avrei fatto anch’io. Dopo una decina d’anni in cui dicevo a chiunque che avrei voluto fare il doppiatore, la mamma del mio migliore amico mi invitò a vedere le prove della sua compagnia. Lo spettacolo era così brutto e nel teatro c’era un silenzio così perfetto che me ne innamorai subito.

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