Musiche leggerissime

Quali significati si nascondono in canzoni di cui abbiamo sempre ignorato il testo

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“Metti un po’ di musica leggera perché ho voglia di niente, anzi leggerissima…”
Lo so che avete letto canticchiando.
Musica leggerissima” di Colapesce e Dimartino è la vera canzone vincitrice della settantunesima edizione del Festival di Sanremo.
Prima nella classifica digitale, prima nei passaggi radiofonici, un tormentone che, molto probabilmente, ci accompagnerà anche in primavera e in estate, nelle nostre vacanze pandemiche alla ricerca di un posto in spiaggia a distanza di sicurezza da altre forme di vita.
È la canzone di cui avevamo bisogno in questo momento. Con un ritornello ipnotico, un ritmo incalzante e un testo semplice, rilassante e spensierato.
Più o meno.

“Musica leggerissima” è uno di quei casi in cui c’è una sorta di cortocircuito tra il tono della melodia e le parole, in cui la musica è talmente accattivante che nemmeno facciamo caso a ciò che stiamo cantando e ci ritroviamo a declamare a memoria parole che sembrano “senza mistero”, non facendo caso che in realtà sono “allegre, ma non troppo“.
Nel ritornello in mezzo a musica leggera e leggerissima si scontrano parole pregne di nichilismo, che sottolineano un malessere interiore (“ho voglia di niente”, “per non cadere dentro al buco nero”) e un ossimoro, il silenzio assordante, con cui in quest’anno di lockdown abbiamo combattuto più volte.
Delle tre parole che richiedeva
Valeria Rossi, ovvero “sole, cuore, amore”, Colapesce e Dimartino ci danno giusto un raggio di sole, quando ci dicono che la loro canzone “si sente nei quartieri assolati” che “rimbomba leggerissima”, in mezzo, quindi, al nulla, come un’ eco in un luogo deserto.
Ma se del sole possiamo godere con parsimonia, dall’altra parte dobbiamo stare attenti all’imminente temporale, annunciato dai tamburi. Con l’arrivo di una tempesta ci sentiamo soli e spaesati visto che Dio non esce a controllare lo stato della nostra inondazione e “il maestro è andato via”, lasciandoci come un’orchestra senza guida.
Però, ecco, abbiamo la speranza di non essere risucchiati dal buco nero, perché non ci siamo dentro ma “sta a due passi da noi” e, forse, con un po’ di impegno ci possiamo salvare.

Direi che nell’attesa di ballare “Musica leggerissima” nelle feste “anche di merda”, consapevoli che è allegra ma non troppo, mi sembra giusto parlare di altre canzoni dal significato nascosto.
Tormentoni che abbiamo cantato e ballato con spensieratezza e felicità  fregandocene totalmente del significato del testo.

Vamos a la playa (Righeira, 1983)
La canzone del
duo torinese ha il ritmo e il titolo della tipica canzone estiva, da ascoltare in spiaggia con un mojito in mano.
Ma se dopo il “Vamos a la playa, oh, oh, oh, oh, oh” ci soffermiamo a tradurre le parole che seguono, capiamo che i Righeira stanno parlando di una spiaggia post-atomica, figlia della minaccia radioattiva tra Usa e URSS.
“Las radiaciones tuestan y matizan de azul” (“Andiamo al mare, la bomba scoppiò. Le radiazioni bruciano e colorano di blu”), ma anche “Vamos a la playa, todos con sombrero. El viento radiactivo despeina los cabellos” (“Andiamo al mare, tutti col sombrero).

Maracaibo (Lu Colombo, 1981)
È presente ad ogni festa di capodanno che si rispetti ma sotto l’apparenza frivola si nasconde una canzone che parla di un amore tragico, di night club e attività illegali di smercio d’armi.
La protagonista della storia è
Zazà, una ballerina del Barracuda, locale di Maracaibo, che balla nuda per la gioia degli uomini e che, tra un’esibizione e l’altra, smercia mitragliatrici e bazooka per conto dei cubani. La donna era entrata in questa attività per amore di Fidel (Castro), a cui gli autori del testo dovettero cambiare nome in Miguel, per motivi di censura.
La canzone continua con le peripezie di Zazà, scampata alla morte dopo essere stata ferita da tre colpi di arma da fuoco sparati da Miguel e da un naufragio in mare aperto.

Alors on danse (Stromae, 2009)
Stromae ci esortava a ballare e migliaia di ragazzi, nelle discoteche di tutto il mondo, hanno accolto il suo invito liberatorio.
Prima del ritornello danzereccio, il cantante belga ci elenca un po’ di motivi per prenderci una pausa dal mondo.
Lavoro, debiti, divorzio, lutti, carestie.
Dimentichiamoci di tutti i problemi, almeno per un momento, e andiamo a ballare.

Fuori dal tunnel (Caparezza, 2003)
Divertente melodia scanzonata di
Caparezza che, nel 2003, veniva suonata ovunque.
Pub, locali, discoteche, feste.
Tutti a gridare “sono fuori dal tunnel el el el del divertimentoooo” in tutti quei luoghi che Michele Salvemini diceva di evitare come la peste.
Nella canzone si parla dell’uscita dalla dipendenza dell’obbligo al divertimento, da quell’ansia di essere sempre trendy, cool, nel posto giusto con la compagnia giusta, per abbracciare anche la sana noia e gustarsi tutti “i momenti tristi e divertenti” e non solo i “momenti tristemente divertenti”.

I’ll be watching you (The Police, 1983)
Una canzone indimenticabile, romantica, da dedicare per celebrare la magia dell’amore.
E invece no.
Come lo stesso
Sting ha rivelato: “È una canzone molto, molto sinistra e minacciosa: la gente l’ha travisata e la canta come se fosse una delicata canzoncina d’amore. Ma è una piccola canzone cattiva, davvero piuttosto perversa. Parla di gelosia, sorveglianza, possessività”.
Parla di un’ossessione più che di un passione e di uno stalker più che di un dolce innamorato.
Dopo aver scoperto il reale significato della canzone, queste parole suscitano una certa dose di ansia:
“Every breath you take, every move you make, every bond you break, every step you take, I’ll be watching you”.

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