Il trionfo di Crystal Pite a Zurigo

Recensione di Giordana Patumi

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Angels’ Atlas andato in scena l’8 ottobre presso l’Opera di Zurigo

Il balletto di Zurigo (Ballett Zürich) apre la nuova stagione con un incredibile trittico su coreografie di Crystal Pite e Marco Goecke.

La ghermita sala dell’ Opera di Zurigo attende trepidante il nuovo balletto della stagione 2021/22, l’ultima diretta da Christian Spuck prima di passare il testimone alla britannica Cathy Marston.

All’inizio della nostra serata, divisa in tre parti, la scena si apre sull’acclamato pezzo Emergence di Crystal Pite, travolgente nel suo impatto collettivo, che ha debuttato a Zurigo nel 2018. Per questo pezzo, la coreografa si è ispirata al comportamento collettivo delle api e ha usato la loro intelligenza di sciame come modello trasformando il fenomenale  ensemble svizzero in una colonia di insetti danzanti. Sebbene non appaia alcun nido d’api in quanto tale, i ballerini accedono al palcoscenico attraverso un tunnel stranamente illuminato e angusto, i ballerini, sfoggiando carapaci simili a tatuaggi sulle braccia e sulle spalle. Il fondale di Jay Gower Taylor, meglio descritto come un arco nero di foglie, riflette i loro continui tic frenetici, i gesti svolazzanti e la distorsione dei corpi-api, che sembrano sfidare le leggi della gravità. Come ci appare l’attività senza tempo delle “api”, così risulta la brillante energia dei danzatori con migliaia di movimenti brevi e serrati. 

Secondo lavoro della serata è la prima svizzera di un nuovo pezzo di Marco Goecke che si prefigura come un emozionante contrasto con i lavori Crystal Pite. Basandosi sul balletto classico, il coreografo tedesco sviluppa un linguaggio di movimento inconfondibile che – nella sua combinazione di nervosismo e frenesia – rende ripetutamente consapevoli della natura da incubo della danza.  Almost Blue di Marco Goecke prende il suo nome dalle selezioni musicali della leggendaria musica blues e gospel di Etta James e Antony and the Johnsons ed è concentrato di un senso di malinconia e aggressività. Il coreografo spiega apertamente che il lavoro si riferisce alla fine, nel 2018, dei suoi molti anni di lavoro a Stoccarda, che ha prodotto un senso di perdita e disillusione. Le mani dei danzatori, nei loro gesti di dare e togliere con fermezza sono eloquenti di questo contesto. Braccia e gambe sono avvolte da tessuti neri e i corpi tendono a perdersi con il fondale.

La serata si conclude con il capolavoro tanto atteso di Crystal Pite Angels’ Atlas. 

Pite è senza dubbio una delle coreografe più affermate del nostro tempo. A Vancouver, in Canada, dirige la sua compagnia, Kidd Pivot, ed è ospite delle più rinomate compagnie di danza del mondo. Il suo pezzo Angels’ Atlas, presentato in anteprima dal National Ballet of Canada nel 2020, è stato creato in coproduzione con il Balletto di Zurigo dove sta ricevendo la sua prima europea. In questo lavoro, Crystal Pite si concentra sulla connessione tra luce e danza, paragonando il lavoro coreografico al movimento della luce, inafferrabile e fugace. L’idea è resa anche grazie al lavoro di Jay Gower Taylor e Tom Visser che hanno sviluppato un sofisticato sistema di controllo della luce riflessa, creando una serie di proiezioni, immagini complesse e pittoriche così da creare un’incredibile illusione di profondità e naturalezza. La stessa Pite cita l’opera come un tentativo di misurare sia il cielo che l’umanità in forma di danza. I suoi ballerini, in un catalogo di configurazioni alludono alla transitorietà degli esseri umani, nonostante il pulsare viscerale delle loro vite attuali. Danzando su musiche avvincenti di Owen Belton, Tchaikovsky e Morten Lauridsen, il tema è una sorta di ancora metafisica per la condizione umana, i cui aspetti drammatici sono una matrice tenuta insieme da fili che spesso sfuggono alla nostra comprensione.

Mentre l’innovativa coreografia di PIte si basa principalmente sull’orizzontalità, la componente spirituale è invece ben radicata su quella verticale. La stupefacente bellezza del lavoro è che tutto sembra interconnesso: definire la performance brillante non è altro che un grande eufemismo.