Adriana Lecouvreur attraverso i secoli

Recensione di Erika Di Bennardo

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Andato in scena al Teatro Comunale di Bologna 

Dopo esser stata annullata a causa del lockdown, proposta in forma di film-opera su Rai 5 a marzo, finalmente Adriana Lecouvreur, nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna, ha visto la luce dal vivo in un teatro gremito di spettatori. 

L’opera in quattro atti di Francesco Cilea, ambientata nella Parigi del 1730, viene qui stravolta (in positivo) dall’esplosiva regia di Rosetta Cucchi. Ogni atto corrisponde ad un periodo storico diverso, con diverse scenografie (Tiziano Santi) e costumi (Claudia Pernigotti) e diverse sfaccettature di Adriana, la protagonista dell’opera, la diva, l’attrice che declama i versi di Jean Racine con una passione che passa direttamente dal palcoscenico alla sua vita privata, dalla finzione alla realtà, in un vortice indissolubile di amore e morte.

Si parte dalla classica ambientazione: nel retropalco, fra attori nervosi e camerini disordinati, Adriana si prepara ad andare in scena, oltre il sipario sul fondo. Passando da intrighi politici a sotterfugi sentimentali, la dimensione metateatrale rende tutto magico, surreale e al tempo stesso calato perfettamente nel contesto del libretto di Arturo Colautti. 

Nel secondo atto saltiamo all’Ottocento, dove avviene l’incontro/scontro con la rivale in amore, la principessa di Bouillon (Veronica Simeoni). Entra in campo la gelosia, e torna prepotente la “facciata” che i personaggi tirano fuori a seconda dei giochi di potere nelle relazioni interpersonali che scandiscono la vicenda. Adriana calza i panni di Sarah Bernhardt, una delle attrici che più ha interpretato questo ruolo nella tragedia di Legouvè e Scribe. 

Con il terzo atto arriviamo ai “ruggenti” anni Venti del secolo scorso, colorati e pieni di acrobati e performance spettacolari. Ad ispirare la caratterizzazione di Adriana ci sono varie muse, da Yvonne Printemps (protagonista di uno dei primi film muti ispirati alla Lecouvreur), Greta Garbo ma anche Loïe Fuller. 

Agli albori degli anni Settanta si consuma la tragedia dell’avvelenamento da parte della rivale in amore, fra Nouvelle Vogue e un immenso spazio vuoto. Adriana qui potrebbe essere Anna Karina, o Catherine Denueve, spogliata di orpelli e divismi, faccia a faccia con la propria interiorità. Ottima la trovata registica che relega l’amato Maurizio (Luciano Ganci) fuori scena, ripreso in video come se tenesse stretta la sua amata che, disperata e avvelenata, invece spira fra le braccia del dolce Michonnet (Sergio Vitale), l’unico ad averla amata totalmente e senza riserve. 

Kristine Opolais merita un plauso speciale non solo dal lato canoro, ma soprattutto per l’interpretazione non di uno, ma di quattro “facce” di Adriana diverse e complementari. 

Nonostante l’organico ridotto per le normative sanitarie, l’Orchestra del Teatro Comunale, sotto la brillante direzione di Asher Fisch, si conferma capace di tirar fuori numerose raffinatezze, fra eccellenti dinamiche e sapienti usi dei volumi. 

Adriana Lecouvreur è una delle opere liriche che più restituiscono in scena un’importanza essenziale alla dimensione teatrale, qui magistralmente colta e indirizzata da regia e interpreti.