“Macbeth, le cose nascoste” di William Shakespeare

Recensione di Emanuele Martinuzzi

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In scena dal 2 al 5 Dicembre 2021 al Teatro Metastasio di Prato

Al Teatro Metastasio di Prato torna il capolavoro più oscuro, sanguinario e feroce del più noto drammaturgo di tutti i tempi, William Shakespeare. Un testo complesso e immortale, rivisitato da un regista come Carmelo Rifici, direttore della Scuola di Teatro del Piccolo Teatro, erede di Luca Ronconi, che da tanti anni caratterizza significativamente il teatro italiano, ottenendo anche numerosi riconoscimenti e incarichi. Nuovamente si cimenta nella creativa riscrittura dei classici, come in precedenza con l’Ifigenia, liberata, dove attraverso quel personaggio iconico ha scandagliato, ispirandosi a Eraclito, Omero, Eschilo, Sofocle ed Euripide, il tema dalle molte sfaccettature della violenza, là nell’accezione di una morte sacrificale a compensazione dell’ira divina, qua dischiudendo lo scrigno oscuro della violenza infinita, autodistruttiva, legata all’ambizione e al potere. Macbeth, le cose nascoste, è il frutto di una lunga ricerca drammaturgica e di un processo che ha le sue radici nella psicoanalisi, che il regista ha realizzato insieme ad Angela Dematté e Simona Gonella e agli psicanalisti Giuseppe Lombardi e Luciana Vigato, presenti sulla scena, fisicamente e in video.

Il Teatro per me è uno strumento di conoscenza, uno strumento di indagine della società attraverso il testo, la drammaturgia e le varie connessioni che si possono creare tra la parola e la realtà che essa evoca. È uno strumento per capire il presente, recuperare il passato (fin dove è possibile) e fare qualche piccola ipotesi sul futuro. Il Teatro però è anche uno spazio in cui si compie un rito, che ha delle regole che se bene usate aprono strani canali. È il luogo del sogno e del mistero. È lo spazio dove l’uomo può dare concretezza al proprio bisogno di mistero. In ultimo, il Teatro è stato e resta una microcomunità, fatta di affetti, relazioni, legami e inevitabili separazioni”. (Carmelo Rifici)

In questo senso il testo shakespeariano è destrutturato per ricavarne l’essenza, che si situa nelle pulsioni o emozioni più profonde e viscerali, indagando così indirettamente le possibilità del teatro contemporaneo di farsi spazio di dialogo tra numerosi approcci interpretativi, di farsi cassa di risonanza, non solo dei desideri espressivi degli attori o di chi sta dietro la messinscena, ma anche di chi spettatore contribuisce al significato proprio nello stesso atto del guardare, che è vivere la scena e farla diventare in questo modo emotivamente propria. Questo lavoro, di conseguenza, non si ferma alla rappresentazione del testo e del gesto teatrale, ma si pone nella dimensione archetipica sottesa al testo shakespeariano e la articola sviscerandone i significati più sottili attraverso l’approccio interpretativo, le domande, la presenza (o assenza) di una coppia di psicanalisti junghiani. Il confronto tra lo spettatore e il testo teatrale messo in scena diventa parallelamente quello tra il paziente e l’analista, tra l’attore e il regista, in un rimando incrociato di ruoli e significati che ampliano il contenuto dell’originale tragedia, mostrandone l’insita complessità senza snaturarla. La figura di Macbeth diventa, o meglio si palesa infine, come una rappresentazione perturbante, capace di scuotere lo spettatore dalle sue rassicuranti visioni di sé stesso e del testo teatrale, facendolo immergere in un vissuto altro, che è il suo stesso inconscio, i suoi stessi desideri più inconfessabili, che vivono traghettati dall’esperienza unica e pulsante del teatro. Ogni attore nell’atto della recitazione si confessa e in questo senso permette al testo di poter incarnare l’abisso di violenza distruttiva, ma anche liberatrice, che il cuore di ognuno custodisce naturalmente. Le correnti carsiche dell’inconscio si materializzano sulla scena come un fiume di acqua e racconto, simbolo di vita, morte e trasformazione. 

“Immaginare il futuro del Teatro, qualunque esso sia, è quasi impossibile. Un’ipotesi potrebbe essere quella di un ritorno ad un Teatro ricentrato sulla figura dell’attore, un Teatro più povero di mezzi, ma più umano. Questo ritorno comporta una responsabilità maggiore dell’attore stesso. Ultimamente, a parte qualche notevole eccezione, noto che la crisi economica ha reso ancora più fragile un ruolo già di per sé poco strutturato. Il Teatro è soggetto a morte o a trasformazione come qualunque altra cosa, ma il bisogno innato dell’uomo di raccontarsi e, attraverso forme artistiche, di lasciare traccia di sé, non può morire.” (Carmelo Rifici)

Sul palcoscenico come nella vita si vedono agitare forze antiche e ancestrali. Ogni attore e personaggio è una visione parziale di quella violenza e di quelle pulsioni, che l’analisi cerca di nominare, lo spettatore di fuggire o incarnare, il regista di evocare o interpretare, in un rito estetico e sociale allo stesso tempo. La scenografia prende vita, assumendo di volta in volta i cromatismi simbolici delle emozioni, che vagano tra uno sguardo atterrito e l’inconfessabile piacere di vedere liberarsi l’innominabile forza del cambiamento e del tempo, che la violenza cela dentro di sé. Il canto delle streghe dona corpo, vita e narrazione alle leggende di mondi rurali, in cui il sangue e il sudore sono l’oro, la corona, con cui fregiare il proprio potere regale sulla natura e sull’umanità. Teatro come fenomeno primitivo e contemporaneo, collettivo quindi, momento di catarsi, liberazione individuale e analisi comprensiva, senza che tra queste letture si possa scegliere una visione ultima e assoluta. Un teatro che cerca di situarsi nel futuro, di far breccia nell’impossibilità di comprendere la propria anima e quella delle cose, di ripensarsi escogitando nuove sintesi tra la classicità e il contemporaneo, abbracciando ciò che è così passato e remoto, da apparire all’ombra di una titanica eternità, cantata dalla luna, da una Dea, dalla morte che squartata ridiventa vita.

“È tremenda la terra, eppure il verme prima o poi diventa farfalla, ma la farfalla non si ricorda del verme; tu ricordati del verme. L’inizio è la fine, la fine è l’inizio. Il bello è brutto, il brutto è bello, tra cielo e terra ogni cosa balla”.

di Angela Dematté e Carmelo Rifici, tratto dall’opera di William Shakespeare, dramaturgia Simona Gonella, progetto e regia Carmelo Rifici, équipe scientifica Dottore Psicoanalista Giuseppe Lombardi e Luciana Vigato, esperta di comunicazione non verbale e stili relazionali, con (in ordine alfabetico) Alessandro Bandini, Alfonso De Vreese, Angelo Di Genio, Tindaro Granata, Leda Kreider, Maria Pilar Pérez Aspa, Elena Rivoltini, e con (in alternanza) Angela Dematté, Simona Gonella, Carmelo Rifici, scene Paolo Di Benedetto, costumi Margherita Baldoni, musiche Zeno Gabaglio, disegno luci Gianni Staropoli, video Piritta Martikainen, assistente alla regia Ugo Fiore, scene realizzate dal Laboratorio di Scenografia Bruno Colombo e Leonardo Ricchelli del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, costumi realizzati presso Laboratorio di Sartoria del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa corone Alessandro De Marchi, produzione LAC Lugano Arte e Cultura, in coproduzione con Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa, ERT – Teatro Nazionale, in collaborazione con Centro Teatrale Santacristina, partner di ricerca Clinica Luganese Moncucco