“Aiace” di Sofocle di Sergio Maifredi

Recensione di Irene Floridi

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TEATRO ROMANO DI FIESOLE

IN SCENA IL 28 GIUGNO

Una nuova versione dell’Aiace di Sofocle è diretta da Sergio Maifredi e non c’era luogo più appropriato per inaugurarla che il Teatro Romano di Fiesole. Infatti martedì 28 giugno questo spettacolo prodotto dal Teatro Pubblico Ligure di cui Maifredi è direttore artistico e da STAR – Sistema Teatri Antichi Romani ha visto la sua prima nazionale.

Si tratta di un prodotto gradevolissimo, il pubblico viene colpito dalla sua leggerezza nell’affrontare tematiche che da un lato fanno parte di un mondo a noi lontano, dall’altro, al contrario, riescono ad affrontare tematiche universali quali la vendetta, il senso di giustizia e il perdono. In scena solo quattro attori, tutti i personaggi sono interpretati da Corrado d’Elia, Alberto Giusta, Andrea Nicolini e Marco Rivolta; anche il ruolo femminile di Tecmessa, la moglie di Aiace, viene interpretata da un attore maschio, proprio come avveniva nel passato quando alle donne non era permesso recitare. Un solo attore invece per interpretare il coro. 

La scenografia è soprattutto la splendida cornice del luogo stesso sopra la collina di Fiesole, il teatro e sullo sfondo il paesaggio toscano; a finire quattro pedane di cui una al centro ricoperta da un drappo rosso simbolo del sangue che è stato versato per mano di Aiace. Costui è rabbioso perché le armi di Achille, dopo la sua morte, non sono state consegnate al più valoroso tra gli Achei, cioè Aiace stesso, ma al più furbo, Odisseo. Questa ingiustizia Aiace la trasforma in vendetta, vuole uccidere coloro che hanno deciso in  modo ingiusto le sorti di questa eredità ma, come spesso avviene in questi miti, una dea si intromette, Atena, e attraverso un sortilegio fa credere ad Aiace di uccidere e torturare Odisseo e gli Atridi, responsabili del torto, quando in realtà si tratta di pecore e buoi. La tenda di Aiace è insanguinata da questo scempio, i suoi occhi credono di vedere il vero, l’eroe si sente invincibile e soddisfatto ma a questo punto altri occhi vedono la realtà. I compagni accorrono, vedono gli animali uccisi, un maiale è agonizzante e appeso. A questo punto il sortilegio viene spezzato, anche Aiace si unisce sbigottito e incredulo alla realtà di tutti gli altri.

L’eroe sa che deve morire per questo, l’unico modo perché il suo ricordo e il suo nome non vengano infangati è quello di uccidersi in modo valoroso. A questo punto c’è l’addio alla sua compagna, Tecmessa, che in nome del figlio lo supplica di non abbandonarla. Lui tuttavia è irremovibile, sa che l’onore e il senso di giustizia non possono cambiare le sorti della sua scelta. Eppure Aiace non è solo questo, nel breve dialogo con Tecmessa c’è amore e rammarico per non veder crescere il figlio da poco nato. Infatti questa versione dell’Aiace è estremamente umana e questo proprio grazie da un lato all’interpretazione degli attori e dall’altro grazie alla scelta registica che ha accantonato l’idea di un attore come solitamente il pubblico è abituato a immaginare l’eroe classico, lo stallone muscoloso hollywoodiano, ma ha valorizzato la figura dell’uomo che siamo tutti noi. 

Nella seconda parte della tragedia scopriamo un Odisseo meno ingannevole del solito e più umano, che si fa guidare più che dalla Métis greca da una sorta di Pietas romana di cui il teatro di Fiesole fa da emblematica cornice: il figlio di Laerte intercede con gli Atridi per consegnare il corpo di Aiace al suo fratellastro Teucro, il cui sforzo per dare degna sepoltura al corpo del Telamonio, sta quasi per sfociare in una faida interna contro i fratelli Atridi. 

Nessuna pomposità fisica, nessuna iperbole estetica, semplicemente sano realismo. Se dovessi immaginare una tragedia che va in scena al tempo di Sofocle, i suoi attori me li immaginerei proprio così. La sensibilità e la gentilezza, senza alcuna esagerazione, con la quale gli attori interpretano i loro personaggi colpisce sicuramente lo spettatore e lo rende parte di un mondo che, messo in scena in altro modo, potrebbe parere lontano e ormai superato.  Gli eroi erano anch’essi, prima di tutto, uomini.