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Trilogia della città di K. di Fanny & Alexander: il sottile confine tra verità e menzogna

Un progetto della compagnia ravennate Fanny & Alexander insieme all’attrice Federica Fracassi. Produzione del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa . In scena al Teatro Studio Melato dal 23 novembre al 21 dicembre 2023.

Alla scoperta di Ágota Kristóf, il sottile confine tra verità e menzogna

É tornata dal passato per raccontarci la verità, l’autrice e drammaturga ungherese Ágota Kristóf (interpretata da Federica Fracassi), o forse, è stata convocata al Teatro Studio Melato proprio da “due investigatori”: Chiara Lagani e Luigi De Angelis di Fanny & Alexander, vogliono sapere come sono andate realmente le cose, più che altro vogliono vedere. Il concetto di vedere è qui strettamente collegato a quello di video: il video come sistema e soluzione per trasmettere immagini che apre un discorso su cosa, su come e quando guardare.

Trilogia della città di K. : tra responsabilità registica e teatro interattivo

Come in altri spettacoli del repertorio della compagnia ravennate, anche Trilogia della città di K. tratto dall’omonimo romanzo di Ágota Kristóf, muove i passi verso un teatro interattivo con il pubblico, seguendo la scia dello spettacolo-game OZ (Fanny & Alexander – 2019) o di episodi-game da serie televisiva come Black Mirror. Questa volta però, il discorso sul fare una scelta narrativa, non è legato a un’azione compiuta su un telecomando, piuttosto, è un percorso di scelta intimo e individuale, un lavoro ostinato di stimolo dell’inconscio, ma che non esiste a prescindere da una responsabilità registica superiore e quasi onnisciente.

Ágota Kristóf: la sua storia e i suoi personaggi

Ágota Kristóf è vissuta nella città di k (si tratta della città di ungherese di Kö​szeg, mai nominata nel romanzo dall’autrice) sino al 1956, anno in cui ci fu l’intervento in Ungheria dell’Armata Rossa per soffocare la rivolta popolare contro l’invasione sovietica. Sin da piccola Kristóf  si è avvicinata alla scrittura di testi teatrali e poesie. Fugge con il marito e la figlia in Svizzera e si stabilisce a Neuchâtel sino alla morte. Qui si trova a misurarsi con una nuova lingua – il francese – che non riuscirà mai a padroneggiare pienamente, vivendo un vero e proprio esilio linguistico. É da questa separazione dalla sua città natale (dovuta a una scelta del marito) che possiamo immaginare l’inizio di una fase di sdoppiamento della Kristóf: una parte di sè è rimasta a Kö​szeg, mentre il suo doppio è in Svizzera.

 

La scena di Trilogia della città di K. di Fanny & Alexander: gli occhi della mente in modalità multischermo

 Gli occhi della mente dell’autrice diventano lenti di ingrandimento sui ricordi in modalità multischermo in movimento. Sul palco un vero e proprio quaderno-atlante procede per immagini, pagine di un diario che viene raccontato in scena dall’autrice in prima persona plurale attraverso l’esperienza di due gemelli -Lucas e Claus (da bambini sono interpretati nello spettacolo dalla stessa persona la cui immagine è presente e replicata solo in video) che trascorrono la loro infanzia nella città di K. durante la seconda guerra mondiale insieme alla nonna, per volere della madre dei due. La promessa fatta alla madre prima della separazione, è quella di dover annotare tutto ciò che accade, proprio su un quaderno (Le gran cahier, titolo originale nella Trilogia).

Dettagli dei luoghi di K., incontri, abusi, diventano vortici di flashback, labirinti di voci, corridoi di sguardi, abitudini, incubi, che si confondono, confondono, ammaliano e disturbano. La voce di Fracassi riproduce in maniera autentica l’accento ungherese rendendo sempre più reale e concreta la presenza-assenza di Ágota che sembra rimbalzare nei suoi personaggi, come se fosse un loro eco e un loro ologramma traslato in nuove sembianze.

Un giorno la madre tornerà a prendere i due gemelli, ma sfortunatamente morirà proprio con l’esplosione di una mina nel giardino della nonna. Stessa sorte toccherà a loro padre quando proverà ad attraversare la frontiera. Da questo momento i due gemelli si divideranno, e Claus, seguendo le orme del padre, riuscirà ad attraversare la frontiera senza problemi, mentre Lucas resterà nella città di K.

Cambiano le modalità di rappresentazione della narrazione: Lucas (Alessandro Berti) adesso è adulto ed è in carne e ossa sul palco. Alla modalità multischermo si sostituisce la sovrapposizione dei livelli narrativi in tempo reale: anche in questo caso lo spettatore deve scegliere dove guardare e a cosa credere. Tutti in città credono che Lucas sia pazzo e che il fratello gemello sia stato soltanto frutto della sua immaginazione. Siamo catapultati in un inferno domestico: nella casa di infanzia Lucas incontra Yasmine e Mathias, neonato, figlio menomato di una relazione incestuosa tra Yasmine (Consuelo Battiston ) e il padre. Lucas decide di prendersi cura di entrambi. La lente di ingrandimento è posta sul bambino Mathias nel vero senso della parola: il bambino che dovrebbe avere le sembianze di un neonato, è un bambino gigante. Ancora una volta lo spettacolo è un discorso sullo sguardo, sul cambio e passaggio di sguardo che spazia da Mathias a Lucas, da Lucas a Yasmine. Sia Yasmine che Lucas usciranno di scena: su Yasmine resta il dubbio se se ne sia andata o se sia stata vittima di omicidio, mentre Mathias sceglierà di togliersi la vita.

L’ultima parte dello spettacolo è il vero e proprio esordio di uno spaesamento percettivo e dello sprofondamento in un vortice di materia quasi onirica: è un itinerario a più strade che inculca “il dubbio come sensazione destabilizzante e come regola che deve essere accettata” (Chiara Lagani). Scopriremo che Lucas è Lucas-Claus e che quindi Lucas e Claus non sono altro che la stessa persona. Il vero fratello di Lucas è Klaus, vissuto sino ad allora con l’amante del padre, rimasto ucciso a colpi di pistola dalla madre  a seguito della scoperta di un tradimento.

La compresenza di piani storici, di livelli di realtà diversi (mentali, psicologici, onirici) di varie modalità di stimolo delle sensazioni e mente dello spettatore attraverso il linguaggio della scena, si unisce a un uso non lineare dello spazio e del tempo, che rende questa storia una fiaba nera per adulti, che ti spinge fuori dal comfort, ma che allo stesso ti imprigiona piacevolmente nella magia del teatro. É interessante questa componente del dubbio che attraversa tutto lo spettacolo come un magnete che attrae e come un enigma da risolvere, che incuriosisce e che conferma questo lavoro come un’opera d’arte totale e aperta che, pur restando fedele al testo originale, si assume anche delle responsabilità registiche e autorali.

Il grande quaderno forse è servito soltanto a Claus-Lucas (?) o a Agòta Kristóf (?) a scrivere e a raccontare una storia mai esistita,

sono tutte menzogne?

Lavinia Laura Morisco

 

 

 

 

 

 

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