“La busta” in scena fino al 10 aprile al Teatro franco Parenti di Milano

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Si esce da Teatro sconcertati e con un senso di angoscia, qualcosa di indefinibile che evidentemente ci ha colpiti. Questa “commedia tragica” ha due facce. La prima giocata secondo gli stilemi del teatro dell’assurdo (il riferimento a Beckett e Jonesco è d’obbligo) svolge una funzione propedeutica. La seconda sviluppa il messaggio sulla violenza del potere. Una violenza qui rappresentata in forme maniacali che degenerano in sadismo e sfumano nel granguignolesco. Quello di Spiro Scimone non è un teatro di parola, è il linguaggio del corpo, le posture, sono il linguaggio criptico, i silenzi, sono le pause scandite su lunghi adagi ad avere una funzione maieutica.

E’ una commedia che nega allo spettatore di capire a pieno la fitta simbologia dominante, un testo chiaramente metaforico. E’ la metafora del potere nel suo macabro delirio rituale fatto di violenze, esasperate sopraffazioni, soprusi, discriminazioni. E’ la rappresentazione di un mondo feroce e arrogante orfano di valori e di umanità.

È lo stesso autore che ci racconta la trama: «Un Signore riceve una busta senza motivo. Per conoscerlo si reca in un posto, dove incontra il Segretario, il Cuoco e X. In quel luogo nessuno ha un nome, si viene chiamati con l’attributo professionale. L’atmosfera è strana. I dialoghi sono serrati, spiazzanti e creano spesso effetti comici. Qualcuno ride, in quel posto. Ma un Signore non è in quel posto per ridere. Un Signore vuole solo sapere perché ha ricevuto una busta. Ma deve aspettare per conoscere il motivo, deve aspettare la fine. La busta è un atto d’accusa contro questo mondo, contro questi personaggi”.

Il Signore veste alla perfezione il prototipo del protagonista kafkiano: solo contro tutti, immerso in un mondo e in una realtà che non gli appartengono e di cui non riesce a comprendere i meccanismi.

Quello che colpisce è l’immagine di un potere affetto da delirio di onnipotenza mascherato (e mascarato) da un ghigno sorridente, la mascella quadrata, lo sguardo beffardo. Uno stereotipo che compare di tanto in tanto sul proscenio della storia – anche in forme più umane e apparentemente democratiche – con le stimmate dell’uomo del destino, dell’Unto del Signore. Amen.

Bravissimi gli attori Francesco Sframeli (che cura anche la regia), Spiro Scimone (anche autore della pièce), Gianluca Casale e Salvatore Arena.

Applausi!

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