Tributo

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TRIBUTO

Peter Stein legge “Diario del ladro” di Jean Genet

Maddalena Crippa legge “Scritti erotici lesbici” dall’antologia di Lee Fleming

 

Teatro di Rifredi

 

MADDALENA E I PESCI FEMMINA

Fra sottomondo e aneliti al lirismo, nel “Diario del ladro” Genet celebra una delle sue molte cerimonie sconsacrate. Il commediante e martire elabora la sua agonia recidivante, attraverso fioriture verbali che si fanno messa in scena rituale, reiterazione oratoria del desiderio dall’impatto ustorio. La proliferazione corallina, o mutazione di materiale infimo in liturgia di crescente, perlacea incandescenza, origina dallo sguardo. Sguardo sui marinai indolenti, sulla tela turchina delle loro divise. Il membro virile, grande muscoloso pulsante, diventa fantasmagoria, vertigine, abisso, in una moltiplicazione barocca, anamorfica di dettagli anatomici.

Peter Stein fa in modo che aggraziata ironia e precisione matematica dei tempi e dei toni decantino questa materia densa e grumosa. Apre le maglie dell’intreccio e lascia entrare i fili di luce della distanza (pur partecipe). Il testo assume così una sorprendente leggerezza, quasi ilarità, e l’epopea del tubetto di vaselina, esposto alla riprovazione e condanna di un intero commissariato, prende vie inaspettate e piacevolissime, ponendosi fra Rabelais e il primo Calvino.

Maddalena Crippa, in questa serata del Florence Queer Festival dedicata alla carnalità omosessuale, volge invece le proprie cure ad alcuni scritti erotici lesbici tratti dall’antologia di Lee Fleming e, persino in quelli non proprio indimenticabili quanto a pregi letterari, il talento raro dell’attrice attiva un processo di bioluminescenza. Una voce il cui nitore si muta strumento vitreo, purissimo e controllato, accoglie in sé le voci altrui e dà loro vita, diffondendo all’esterno riflessi fuggevoli e ombre amare, felicità autoironiche e allucinazioni sensuali, minuziose descrizioni genitali e fantasiosi, delicati sfioramenti. Nell’alambicco magico si assemblano e intersecano esperienze ed episodi diversi fino a formare una topografia esemplare della memoria di genere (poiché il lesbismo rientra a pieno titolo nella femminilità).

Ci avventuriamo così nella fermezza malinconica, appena rabbiosa, di chi in strada è oggetto di dileggio; nel desiderio inappagato di chi è consapevole di non poter fare un gesto fisico verso la persona amata; in amplessi spudorati e orgasmi apocalittici; nella ribellione di una ragazza ai moniti e alle deplorazioni dell’ava e della genitrice, attraverso la rivendicazione del sudore (poiché “le signore non sudano, traspirano”, l’io narrante non vuole essere signora ma corpo, sentirsi corpo per mezzo del sudore, aspirare il proprio odore di corpo sudato, avvertire ogni millimetro di pelle, godere il respiro di ogni cellula, i fremiti dei lisosomi e dei flagelli, fino all’acme dell’ebbrezza panica); nelle sensazioni oniriche, visionarie di una donna che, tolti gli anfibi, calpesta il limo viscido ai bordi di uno stagno e, sdraiatasi, chiude gli occhi immaginando che una moltitudine di teneri pesci femmina arrivi a suggerle con sapienza ogni parte del corpo, provocandole un’estasi cosmica che si fonde col blu del cielo, spalancato sull’acqua. Infine, nelle confidenze di due signore di mezz’età che, rimaste vedove, decidono di vivere insieme, scoprendosi lesbiche e innamorate l’una dell’altra. E’ un piccolo capolavoro di controllata tenerezza, il racconto che Maddalena Crippa fa degli innocenti rituali amorosi inventati dalle due amiche: il bagno, i pigiami di seta, i sarcastici commenti alla demenzialità televisiva, le morbide consuetudini della sensualità (galleggiare intorno alla luna e fare surf, per dirlo con l’amabile gergo delle due signore).

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