Gabriele Pignotta in Scusa, sono in riunione ti posso richiamare?

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Dopo essersi persi di vista per oltre dieci anni, quattro ex compagni universitari si trovano a trascorrere insieme un week end seppure in una circostanza poco felice, omaggiare l’ultimo desiderio di uno di loro, scomparso prematuramente. Ma il tempo e le scelte di vita li hanno fatti profondamente cambiare: ciascuno scopre di aver puntato tutto, forse troppo sulla carriera senza riuscire ad essere realmente felice. Stritolati dallo stress quotidiano e dagli impegni riescono solo a trincerarsi al cellulare dietro la frase tormentone Scusa, sono in riunione ti posso richiamare? L’incontro con gli altri, fra un colpo di scena e l’altro, cambierà le cose. Scusa, sono in riunione ti posso richiamare? commedia scritta, diretta e interpretata da Gabriele Pignotta, appena riproposta al Teatro Italia di Roma, comincia citando un po’ alla lontana Il grande freddo di Kasdan (e a tratti Compagni di scuola), ma ben presto si trasforma in una critica sul cinismo della televisione e del limite che ciascuno riesce a porre alla propria dignità. Una certa freneticità nell’intreccio di questo spassoso giallo comico dai risvolti inaspettati, regala freschezza allo spettacolo senza scivolare mai nella volgarità, mantenendo un certo ordine pur nella svolta grottesca di cui si tinge improvvisamente il testo. Inoltre Pignotta dimostra di saper giocare e mantenere un buon equilibrio fra due momenti e due registri alquanto diversi. La prima parte della commedia si concentra infatti sulle riflessioni e sui bilanci dei quattro trentacinquenni, consci che la loro vita da adulti è ben diversa da come l’avevano immaginata, personaggi in cui è facile identificarsi almeno per qualche tratto. C’è il giornalista dall’animo impegnato e romantico, mollato di continuo dalle compagne; lo sposato con figli un po’ frustrato dalla vita matrimoniale, la giramondo sempre alla frenetica ricerca dell’amore che passa da una relazione all’altra, la single delusa attratta dagli uomini sposati che cerca conforto nella psicoanalisi di gruppo. E se la prima parte diventa lo specchio dell’anima dei protagonisti che pian piano cercano di recuperare la complicità perduta e la confidenza del passato, la seconda parte (dopo il colpo di scena) sembra cambiare decisamente registro e diventa il quadro ideale di un susseguirsi di gag e di equivoci, ritratto critico della società e della necessità dell’apparire sull’essere.
La scenografia un po’ scarna e miminalista, ad hoc, ricorda la nota (purtroppo) Casa del Grande Fratello con oggetti di scena del tutto funzionali, ma fra le situazioni un po’ grottesche e divertenti che ricercano esplicitamente la risata del pubblico anche grazie alla bravura degli interpreti e una serie di battute e gag molto azzeccate inanellate l’una dopo l’altra, Pignotta riesce a creare una buona struttura drammaturgica e sa anche offrire da un punto di vista registico alcune interessanti trovate, tra cui le scene del rewind, godibilissime. La coppia Gabriele Pignotta-Fabio Avaro poi appare sempre molto affiatata e perfettamente rodata e ben si adattano ai nevrotici ruoli i comprimari, Cristiana Vaccaro, Cristina Odessa e Nick Nicolosi.
Il testo è piacevole e argutamente critico, riuscendo a mettere sotto accusa la società contemporanea attraverso le scelte e le esperienze di vita dei protagonisti, ma senza decise fratture, mantenendo sempre una certa freschezza e buonismo di fondo. La regia molto vivace, la simpatia degli attori e il buon ritmo sostengono con successo le due ore di spettacolo.

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