Elio Germano e Teho Teardo in Viaggio al termine della notte di Céline

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Proporre a teatro Viaggio al termine della notte di Céline, uno dei maggiori romanzi del Novecento, è estremamente rischioso. Stratificata, quasi contaminata, la narrazione di Céline è inafferrabile, ma Elio Germano e Teho Teardo scelgono, e con successo, la via della lettura scenica in forma di concerto attraverso brevi stralci apparentemente disconnessi per proporre l’epopea di Bardamu, tra orrore della guerra, ironia, cinismo nella consapevolezza distaccata di affrontare la vita. E riescono a cogliere il senso del romanzo. In Viaggio al termine della notte (proposto dalla Fondazione Teatro Piemonte Europa, in collaborazione con Musica90) Germano e Teardo privilagiano l’assoluto rigore visivo, l’asciuttezza scenografica, quasi schierandosi sul palco nudo.                                                                                                                                                                                                                                                                            Emerge solo una scrivania, illuminata da una scarna lampada: è lì che Germano (Palma d’oro a Cannes come migliore attore per La nostra vita di Luchetti) si apparta, quasi nascondendosi. È da lì che, poliedrico e discreto protagonista, costruisce il viaggio di Céline, un viaggio frammentario, insolito e disperato, tra i i bassifondi di Parigi, l’orrore della guerra e i piaceri della vita, fra il grottesco e il dissimulato. È un viaggio evocato attraverso la voce di Germano (anche modificata elettronicamente) in balìa di due microfoni e con parole, ora sussurrate, ora esasperate, che si trasformano in scalpitanti immagini musicali. Germano si appropria delle parole, le trascina le rende vive. Gli risponde costantemente la musica di Teho Teardo (con chitarra e sintetizzatore sul palco) che diventa non solo accompagnamento, ma reale narrazione, trasformandosi di continuo. Ora è liquida, ora assordante, in simbiosi con la gravità del violoncello (di Martina Bertoni), ora è violenta o quasi disturbante nel climax finale, ma di certo scuote nell’anima lo spettatore, molto evocativa ed efficace, nel tradurre il pessimismo eppure la disperata resistenza dell’uomo nei confronti della vita, in un viaggio al termine della notte e forse dell’umanità. Al Teatro Palladium di Roma fino al 26 febbraio.

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