Giuseppe Battiston e Gianmaria Testa in 18 mila giorni – Il Pitone al Teatro Quirinetta di Roma

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Mucchietti dappertutto. Mucchietti di panni stesi sulla scena, ripiegati e da ripiegare, interlocutori inanimati di un bilancio amaro della propria esistenza. Giuseppe Battiston, attore pluripremiato di teatro e di tanto cinema italiano, e il cantautore italiano Gianmaria Testa, con le sue intense canzoni composte appositamente per lo spettacolo, poi confluite nel suo album Vitamia, portano in teatro uno spettacolo di scottante attualità, ben diretto da Alfonso Santagata e scritto da Andrea Bajani, giovane scrittore romano, torinese d’adozione, che fotografa, senza facili pietismi, i sogni infranti e la perdita di certezze di un uomo di 50 anni, o 18 mila giorni, secondo un’altra prospettiva ostentatamente positiva, che da un giorno all’altro perde tutto: non solo il lavoro, la moglie e il figlio, ma anche la dignità e la fiducia in se stesso. Licenziato dall’azienda dopo anni di onesto lavoro, il protagonista si ritrova d’un tratto a trascorrere una vita sciatta, ad evitare il contatto col mondo esterno, chiuso in casa ad abbracciare i vestiti che la moglie gli ha lasciato dopo essere andata via di casa senza alcun preavviso con figlio e mobili. La sua vita, come la sua casa, è vuota, piena solo di simulacri della vita che fu, che lo stringono nella morsa di ricordi: il suo completo elegante, di cui andava tanto fiero, lo riporta al giorno della morte del padre, ma anche a quella mattina in cui fu convocato dal responsabile delle risorse umane e costretto alla precarietà. La ballata dal sapore spagnolo intonata da Battiston e Testa, con i falsi complimenti e i giri di parole scelti dai tagliatori di teste per liquidare un uomo senza alcun rimorso di coscienza, è uno dei momenti più belli dello spettacolo che, con ironia tragica, segna il declino di un uomo spinto ai margini della società produttiva. Dopo il licenziamento, tutto ciò che è accaduto prima viene visto sotto una nuova luce: il corso motivazionale offerto dall’azienda, i festeggiamenti esagerati per i suoi 25 anni di carriera, le strane telefonate dei colleghi, le lusinghe dell’amministratore delegato e soprattutto lui, il collega giovane neoassunto, il pitone che l’ha osservato per mesi, gli ha “preso le misure”, per poi fagocitarlo. A nulla è servito salire sui tetti e rivendicare i propri diritti col megafono. L’unica soluzione è far finta di essere morti: il tragico consiglio dei tempi della guerra vale ancora, in questa lotta impari con la vita e le ragioni di mercato.

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