Atelier dei 200 al Teatro India di Roma

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Quando si condivide il palcoscenico succede per forza qualcosa. È quanto era stato annunciato ed è quanto è realmente accaduto durante l’Atelier dei 200 al Teatro India di Roma (il 23-24 giugno), quando 200 cittadini, rigorosamente selezionati attraverso il web e non professionisti del teatro, si sono messi alla prova calcando il palcoscenico. Curiosi, appassionati, aspiranti attori hanno vissuto un’esperienza collettiva di sinergia e totale coinvolgimento, due emozionanti giorni di full immersion nel teatro “vero” per affrontare l’approccio al testo e la messinscena guidati da Gabriele Lavia, Vincenzo Pirrotta, Claudio Longhi, Pierpaolo Sepe. Quattro diversi approcci di regia e di testo e naturalmente di gruppo, ma un risultato comune: l’emozione e la sperimentazione.

Un’esperienza totalizzante e liberatoria del Teatro India di Roma che aderisce con successo al progetto Atelier dei 1000 nato in collaborazione con i sei teatri membri dell’Unione dei Teatri d’Europa, il MC93/Maison de la Culture di Bobigny in Francia, lo Schauspielhaus di Graz in Austria, il Teatro Sfumato di Sofia in Bulgaria, il Teatro Nacional São João di Porto in Portogallo, il Maxim Gorki Theatre di Berlino. Scopo ultimo della manifestazione (anche nella tappa romana) è il passaggio da spettatore ad attore, da oggetto e soggetto. Ad aprire i lavori è l’atelier è Gabriele Lavia, direttore artistico del Teatro di Roma, impegnato in una sorta di speciale lettura-lezione dell’Infinito di Leopardi. Pian piano i 200 imparano a leggere, a intonare, a capire realmente i versi, fino a interpretarli, anche attraverso gli aneddoti e i suggerimenti del regista. Di bel altro approccio, ben più fisico, è stata l’esperienza con Vincenzo Pirrotta, che ha scelto il maestoso Coro dell’Edipo Re e a chi pensa che la tragedia greca non risulti coinvolgente, basta osservare il modo in cui il regista plasmato in poco più di due ore i suoi neofiti attori. Pirrotta racconta il dolore e la sofferenza di una città (Tebe che potrebbe essere una città moderna con la sua crisi) in un inquietante Coro disperato dinanzi a Zeus in un’esperienza di potenza visiva. L’atelier di Claudio Longhi (che riprende all’Argentina nella nuova stagione La resistibile ascesa di Arturo Ui con Umberto Orsini), La Città del Sole di vari autori, compreso ovviamente Campanella, è quasi totalizzante nella sua emotività, fra musica e complessi movimenti scenici alla scoperta delle miserie della città moderna. E Pierpaolo Sepe, in un’interpretazione di Come certi animali di Andrej Longo, coinvolge i suoi attori spingendoli alla ricerca del significato intimo e autentico del gesto. Quattro stili per quattro regie, ma il risultato ora più riflessivo, ora più energico, ora emotivo, ora fisico, è sempre liberatorio ed emozionante, senza dubbio coinvolgente nel gettare sul palco dell’India 200 curiosi o semplici appassionati per vivere pienamente un’esperienza indimenticabile. Per sentirsi protagonisti e veri attori.

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